Il Carnevale nel Piceno, tra storia e tradizione

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Carnevale2012

PICENO – Qui nel Piceno il carnevale è una tradizione fortemente sentita e che ha anche delle sue caratteristiche originali ben precise.
Fin dall’origine, il Carnevale durava ( e dura ) una settimana, in cui tutto ( o quasi ) è lecito: anticamente servi e padroni si scambiavano i vestiti ed era ammesso che un servitore insultasse o maltrattasse un padrone, ma – sia ben chiaro – solo per la …settimana carnascialesca…
Tutti sanno che il nome deriverebbe dal latino “carnem levare” ossia : periodo che precede la Quaresima, cioè la quarantena in cui era vietato cibarsi di carni. Per altri, il termine si riferirebbe al periodo pagano che precedeva le feste di rinascita primaverili, in cui era vietato sacrificare carne agli dei, per questo il periodo era denominato “carnem vale”…
Altri ancora lo farebbero derivare da “carrus navalis”, ossia dal carro allegorico trascinante navi finte, antica usanza folkloristica nord Europea. Infine alcuni lo farebbero derivare dal “Carno bal”, osia ballo dei minotauri o danzatori con elmi cornuti, di chiara origine micenaica.
Certo è che questa tradizione invernale pre-primaverile di licenza un po’ sfrenata, esisteva già al periodo dei romani e ancor oggi è molto sentita.
Più probabile la derivazione dai Saturnali, feste latine di febbraio dedicate al dio appunto ( questo mese ne porta il nome ) “Fabrus”, anche detto Saturno, ossia il patrono della penisola italica. Tale divinità regale, secondo l’immaginario antico, regno’ in un’era “dell’oro”, in cui le pecore pascolavano assieme al lupo e si viveva nell’eterna felicità quasi di un Eden della notte dei tempi, liberi e sfrenati.
Così gli antichi quando festeggiavano i Saturnali, a febbraio, facevano cortei con carri allegorici, con danzatrici svestite immerse tra i fiori e la musica, in una rievocazione felice, paradisiaca e assordante della mitica “età dell’oro”. Qui nel Piceno il Saturnale-Carnevale attecchì facilmente, anche perché a volte ci si nascondeva dietro le maschere, per lasciarsi andare e permettersi ogni licenziosità e abbattere gli steccati del pudore e delle regole sociali…
Molto sentito ad es., il Carnevale di Ascoli Piceno, fin dall’antichità decantato da letterati e poeti, molto originale perché evoca vere e proprie “scenette” recitate che portano in giro questo o quel personaggio tipico del posto. Ma anche ad affida vi è una curiosa rappresentazione carnascialesca: quella dei “velourd” ( cioè forse “fiamme, faville” ) ossia di giovani vestiti di camiciotti bianchi, che si inseguono urlando con fiaccole, ebbri del vino che si distribuisce a iosa in ogni vicolo…Il tutto termina con un’orda vandalica e godereccia al suono di tamburi, quasi in un rito tribale e in un enorme falò…sembrerebbe che i “velourd” rappresentassero i fuochi fatui, cioè le fiamme dei morti che per un giorno rivivono, per purificare la città, ma è solo un’ipotesi. Comunque in ogni dove, nel piceno, dalle campagne al mare, il carnevale è sentito. Una cosa curiosa alimentare sono i “ravioli” o in dialetto: “raviule”, stranissimi dolci carnascialeschi piceni cotti nel brodo salato di gallina, che hanno un caratteristico sapore dolce e salato aromatizzato fortemente di cannella.
Oggi sono introvabili in commercio: resta solo qualche anziana in campagna che li sa fare. Questi sono tipici della zona dell’ hinterland di Grottammare e dintorni. In definitiva a carnevale nel Piceno si è sempre fatta festa, anche se la licenziosità è limitata a qualche “straforo” alimentare e a qualche “ballata” in più. Ora si fa soprattutto per la gioia dei più piccoli, per i quale resta senz’altro una delle feste che più fanno sognare e sviluppano la fantasia.

Susanna Faviani

Giornalista pubblicista dal '98 , ha scritto sul Corriere Adriatico per 10 anni, su l'Osservatore Romano , organo di stampa della Santa Sede per 5 anni e dal 2008 ad oggi scrive su L'Avvenire, quotidiano della CEI. E' Docente di Arte nella scuola secondaria di primo grado di Grottammare.

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