“Al fondamentalismo in Tanzania si risponde con la via del dialogo”

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ZanzibarDi Davide Maggiore
Due bombe sono esplose lunedì sera nell’isola di Zanzibar, in Tanzania senza fare vittime: colpite la cattedrale anglicana e un bar per turisti. La notizia riporta l’attenzione sul rischio di infiltrazioni del terrorismo di matrice islamista nel Paese, già attaccato nel 2013. Proprio a Zanzibar, dove agisce un movimento radicale noto come Uamsho (‘risveglio’) , un sacerdote cattolico, padre Evarist Mushi, è stato ucciso dodici mesi fa. Altri religiosi, un leader musulmano moderato e due volontarie britanniche sono stati sfigurati con l’acido. Sulla terraferma, l’episodio più grave è stato l’esplosione di una bomba nella parrocchia di Olasiti, nella città di Arusha, a maggio: quattro i morti. Di questi avvenimenti, che contrastano con una storia di convivenza per lo più pacifica tra le fedi, abbiamo parlato con il cardinale Polycarp Pengo, arcivescovo di Dar es Salaam.
Eminenza, come si spiega questo cambiamento?
“È una situazione complessa: c’è una componente religiosa, ma non si può essere sicuri al 100% che si tratti solo di questo. Il più delle volte, a complicare la questione, interviene il fatto che alcuni politici prendono a pretesto queste relazioni complicate tra cristiani e musulmani per fare i propri interessi. A mio parere, dietro gli attacchi di Zanzibar contro i sacerdoti e le volontarie occidentali c’è il fatto che alcuni leader politici locali non vogliono l’unione tra le isole e la terraferma, ma non possono opporvisi apertamente. Quindi incitano ad attaccare sacerdoti e altri fedeli pensando che la parte continentale, dove ci sono più cristiani, possa reagire lasciando l’unione”.
Questo vale anche per la bomba di Olasiti?
“Ad Arusha, al momento dell’esplosione era presente anche il nunzio apostolico ed è inspiegabile che musulmani locali abbiano voluto attaccare lui e l’arcivescovo; ma anche sulla terraferma c’è tensione tra i partiti politici. E alcuni potrebbero essere interessati a far vedere che il governo non tutela la popolazione; non voglio puntare il dito contro nessuno, ma questo non può essere del tutto escluso. Complessivamente però credo che in Tanzania – soprattutto nella parte continentale – il rapporto tra cristiani e autentici musulmani sia ancora buono, e se non ci fossero interessi economici e politici la situazione sarebbe ancora più simile a quella di prima”.
In altri Paesi della regione si sono verificate infiltrazioni di movimenti islamici radicali – è il caso di al Shabaab in Kenya – o se ne ha il timore. L’estremismo è un pericolo anche per la Tanzania?
“Probabilmente sì: gli attacchi di Zanzibar potrebbero essere opera di stranieri. L’attività di Uamsho, a mio parere, è simile a quella di al-Shabaab. Ma ci sono anche molti giovani, che scelgono di frequentare l’università nei Paesi musulmani della penisola araba e ne tornano convinti che l’Islam debba prendere il controllo di tutto. Questo fondamentalismo non è tanzaniano, viene da fuori, e c’è il rischio che diventi predominante. Bisogna che il governo tenga d’occhio questi gruppi”.
Come cerca la Chiesa cattolica di promuovere il dialogo?
“Tentiamo di intavolare un dialogo sia con i musulmani che con i cristiani di altre denominazioni, ma ci sono due problemi. I leader musulmani, pur volendo fare qualcosa, sono spesso troppo spaventati per parlare apertamente, e li capisco! È più difficile attaccare me, rispetto ad uno shaikh islamico che non sa esattamente chi va a pregare nella sua moschea. Ma ci sono gruppi evangelical che sono ugualmente fondamentalisti: non amano la Chiesa cattolica e sanno che, se anche si comporteranno in maniera scorretta con i musulmani, a essere attaccati saranno più probabilmente i cattolici. In più, cercano di ostacolare il dialogo sostenendo posizioni estreme, impossibili da accettare. Nonostante tutto, però, credo che il dialogo sia l’unica strada per il futuro, e luterani, anglicani e metodisti sono su questa stessa linea”.
Quali valori della società tanzaniana possono essere visti come un terreno comune da cui partire?
“Il rispetto per la vita unisce autentici musulmani e autentici cristiani. E poi c’è il fatto concreto che nelle singole famiglie si trovano esponenti delle diverse confessioni religiose: è qualcosa che va riscoperto. Forse oggi stiamo perdendo questo senso dell’essere insieme, stiamo dimenticando che Dio si preoccupa dell’essere umano in quanto tale, non in quanto musulmano o cristiano”.

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