Scoprire i bambini di strada

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bambino povertàDi Luigi Crimella

Un fenomeno nuovo sembra stia facendo capolino tra i segnali della crisi economica che non passa: quello dei bambini mandati a chiedere soldi e cibo nei fast-food e nei centri commerciali delle grandi città. Sono sempre più numerosi, compaiono attorno all’ora di pranzo, spesso anche per cena, arrivano uno dopo l’altro, sono piccoli, se non piccolissimi. Maschi e femmine non fa differenza, sono piuttosto ben vestiti per non incutere timore. “Non siamo zingari!”, sembrano voler dire con i loro modi educati, i visini piuttosto puliti. Hanno dai 6 ai 10-12 anni, l’età in cui anche il cuore dell’adulto più granitico si intenerisce. Se a chiederti un panino da “Mac” è una bimbetta di terza elementare che ti allunga la sua manina tenera, chi ha il cuore di dirle di no? E così ecco che c’è chi le compra un panino, chi una bibita, chi allunga un euro, chi una banconota da 5. A quel punto il bambino in questione prende al volo il regalo e fugge fuori dal locale, consegnando a qualcuno il risultato della pesca miracolosa. E subito ne arriva un altro di bambino, o una bambina, o due insieme. Chi scrive ha potuto osservare il fenomeno più di una volta, in giorni diversi, e la strategia è sempre stata la stessa: chiedere, ricevere, uscire. E subito veder rientrare un altro bambino, o femminuccia, diversa, solo leggermente più piccola o più grande. In una occasione, le ondate – nel giro di un quarto d’ora – sono state ben sei, segno che non si trattava di un fenomeno passeggero, ma in qualche modo pianificato.
È evidente che le famiglie di questi bambini sfruttano il fattore-età, mettono in circolo il loro “capitale umano”, la precocissima forza lavoro rappresentata da bimbe e bimbi che a quell’ora dovrebbero essere a scuola a imparare a leggere, scrivere e fare di conto. Invece no. Vengono trasformati in macchinette acchiappa-soldi. Si avvicinano alle file alle casse, insistono, ti toccano la giacca, dicono che hanno fame, implorano. Quasi tutti cedono e donano, segno che il cuore umano non è stanco di fare del bene. C’è anche un risvolto negativo: all’occasione, qualcuno afferma di essere stato derubato del portafoglio. È capitato a una ragazza generosa – testimone chi scrive -, che ha lasciato la borsetta aperta… troppo aperta.
Ma intanto occorre porci la domanda: siamo a Roma o a Rio de Janeiro, con i suoi bambini di strada? La domanda è lecita se una recentissima indagine della Comunità di Sant’Egidio ha rivelato la presenza, nella sola capitale, di ben 37mila bambini in povertà assoluta. E quindi in sofferenza alimentare. Le grandi periferie della città eterna brulicano di immigrati da ogni parte del mondo, a cui si aggiungono le migliaia di poveri “interni”, gli italiani venuti dalle regioni del Sud che non sono mai riusciti realmente ad integrarsi. È probabilmente da lì che partono questi bambini-questuanti, da un amalgama di povertà ed emarginazione endemica, basata su lavori precari, case occupate, famiglie instabili e poverissime, micro-criminalità e piccoli clan di malavitosi sempre in movimento per fare colpi qua e là.
Con la crisi generale del sistema del welfare, non solo in Italia ma anche in buona parte dei paesi europei, contenere queste aree di degrado sociale appare sempre più difficile. In Inghilterra, che ha il suo “meridione” nelle regioni del centro-nord, il governo Cameron ha annunciato tagli drastici ai sussidi perpetui che centinaia di migliaia di famiglie incassano da 15-20 anni senza lavorare. I vescovi cattolici hanno alzato la voce, dicendo che “la riforma del welfare è una disgrazia” che farà molte vittime. In Spagna per arginare l’arrivo dei barconi dalle vicine coste africane, sparano pallottole di gomma e affondano le imbarcazioni, assistendo all’annegamento di quei disperati che non sanno nuotare. La Francia riduce i sussidi ai poveri, i paesi del centro Europa li calibrano su tempi stretti e vincoli vari. Da noi il “Patto di stabilità” lega le mani alle amministrazioni, impedendo interventi mirati specie di fronte alle nuove emergenze.
Quindi occorre interrogarci, a partire dallo stimolo di questi bambini-questuanti, se non siamo di fronte a un ulteriore incrudelirsi delle difficoltà e se non sia il caso di prendere atto che le ricette sin qui seguite per tenere in piedi il sistema, forse non hanno funzionato bene. A colpi di “tagli”, per rispondere alle emergenze crescenti rimangono soltanto le strutture della carità cristiana, qualche associazione di solidarietà sociale, le mense dei poveri, le “banche del cibo”. La Chiesa di Papa Francesco, col suo “ospedale da campo” e l’apertura alle “periferie esistenziali” sicuramente ci sarà. Ma, se la crisi dovesse continuare, che ne sarà di questo esercito di poveri? Di bambini poveri?

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