Comunità Papa Giovanni XXIII I “caschi bianchi” chiedono un ministero della pace

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Francesco Rossi
Parole, ma anche fatti. Non basta parlare di pace, occorre un’azione a tutti i livelli per rompere quella “perpetua alternanza” tra pace e guerra. Sono sempre attuali le parole di Henry Truman, presidente statunitense all’indomani del secondo conflitto mondiale: “Se non vogliamo morire insieme in guerra dobbiamo imparare a vivere insieme in pace”. “La migliore difesa è la pace”, rimarca l’Associazione Comunità Papa Giovanni XXIII, che ha organizzato un omonimo convegno, in corso a Rimini (dal 13 al 15 febbraio), per interrogarsi su come promuovere la pace e se questa coincida con “la difesa della patria”. L’iniziativa della “Papa Giovanni” è rivolta principalmente ai giovani: quelli che frequentano le case della Comunità, i “caschi bianchi” e tanti altri che si stanno interrogando sull’opportunità di spendere un anno per il servizio civile.
Istituire un Ministero della pace. Guardando alla cronaca di queste ore, la prima richiesta di Giovanni Ramonda, responsabile generale della Comunità, è l’istituzione di “un Ministero della pace, con un ministro che ci creda davvero”, per dare un segnale concreto che l’Italia riconosce il “diritto alla pace” e portarlo pure nelle sedi internazionali. A tal fine Ramonda chiede un incontro con il nuovo presidente del Consiglio per esporgli richieste che nascono da un’esperienza – quella della Comunità – di vita vissuta accanto agli ultimi. “Chiediamo che la politica – precisa – sposti risorse economiche dalle spese per gli armamenti a investimenti per i giovani, in particolare per il servizio civile”. La Comunità, dall’inizio dell’esperienza degli obiettori di coscienza – nel 1973 – a oggi ha visto 4mila giovani impegnati in Italia nelle sue realtà e 450 “caschi bianchi” nelle zone di conflitto. E, negli ultimi anni, “le richieste per il servizio civile sono sempre state superiori ai posti disponibili”. Una “scelta di nonviolenza” che Ramonda sottolinea essere sempre “a difesa della patria, per costruire una società a misura della povera gente” e che lascia traccia in chi ha speso così un anno di vita, portando una “cultura nuova” nei mestieri e nelle professioni che poi costoro vanno a svolgere.
Non basta parlare. Don Tonino Bello diceva che “dobbiamo annunciare, denunciare, rinunciare”. Un trinomio che don Renato Sacco, coordinatore nazionale di Pax Christi, ha fatto proprio ricordando come “l’annuncio e la proclamazione dei valori” debbano essere “uniti alla concretezza della vita”. “L’Italia non è certo un Paese dove non s’investe negli armamenti”, ha denunciato, stigmatizzando l’affermazione fatta qualche tempo fa da un esponente governativo, secondo il quale bisognava “armare la pace”. In terzo luogo, occorre la rinuncia, che il sacerdote ha declinato in termini di “perdono” per spezzare la catena dell’odio. “Siamo in una fase cruciale a livello storico”, riconosce Ramonda. Infatti, da alcuni anni il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite sta lavorando sulla preparazione di una Dichiarazione sul diritto fondamentale alla pace. Un “segno dei tempi” l’ha definito Antonio Papisca, docente all’Università di Padova, per il quale si tratta di uno “sforzo teso a ricapitolare nel valore sommo della pace positiva i traguardi finora raggiunti lungo la strada della civiltà”. In gioco c’è “un diritto autenticamente universale, perché sancisce i diritti fondamentali della persona”, ma il cammino verso questo riconoscimento – che dovrebbe essere scontato – non è semplice, “sta incontrando l’opposizione di non pochi Stati”.
Una scelta conveniente. Eppure, investire sulla pace non solo è giusto, ma pure “conveniente”, poiché questa – ha dichiarato Francesco Vignarca, coordinatore della Rete italiana per il disarmo – “è la strada più sensata per stare tutti meglio”. Allora “la pace va vista come positiva perché permette la costruzione di una società più giusta”, anche sotto il profilo economico: un milione di dollari investito in spese militari produce 8,3 posti di lavoro; nell’educazione, invece, permette di dare occupazione a 15 persone. E non significa rinunciare alla difesa, tutt’altro. “Investire nella difesa – secondo Vignarca – non vuol dire sparare o spendere nelle forze armate: significa investire nel welfare, nella protezione delle fasce deboli, nel lavoro”. Ad avviso della Papa Giovanni è la sola strada valida per il futuro del nostro Paese e del mondo intero.

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