”È un bene per gli Usa regolarizzare presto gli 11 milioni di migranti”

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di Damiano Beltrami

LOS ANGELES – Nel recente discorso sullo Stato dell’Unione il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, ha invitato la Camera dei rappresentanti a muoversi con urgenza sul terreno della riforma dell’immigrazione. Non solo perché regolarizzare 11 milioni di migranti potrebbe ridurre il debito degli Stati Uniti di mille miliardi di dollari nei prossimi vent’anni, ma anche perché questo esercito di persone senza documenti può diventare la forza propulsiva dell’America in questo secolo. Da tempo ne è convinto anche l’arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez, che sul tema qualche mese fa ha pubblicato un libro: “Immigration and the New America”. La sua diocesi rappresenta la più ampia comunità di cattolici negli Stati Uniti. Ne fanno parte oltre cinque milioni di fedeli, in maggioranza Latinos, e molti senza documenti. Abbiamo raccolto le parole dell’arcivescovo per meglio capire fenomeno dell’immigrazione negli Stati Uniti e l’importanza di nuove norme per il futuro del Paese.

Monsignor Gómez, che idea si è fatto sul tema?
“La mia è una prospettiva pastorale. Nelle nostre parrocchie siamo al servizio degli immigrati, con o senza documenti. Almeno un milione di loro vacilla sotto la soglia della povertà. Vediamo ogni giorno Los Angeles attraverso gli occhi degli ultimi, dei padri e delle madri che lavorano sodo per dare un futuro ai loro figli…”.

Lei sull’immigrazione ha anche un’esperienza personale…
“Sì, anch’io sono un immigrato, sono diventato americano quasi vent’anni fa. Sono nato a Monterrey in Messico, ma la famiglia dalla parte di mia madre ha abitato nella regione che oggi corrisponde al Texas fin dal 1805. Oggi ho familiari da una parte e dall’altra del confine. Per me l’immigrazione è un aspetto cruciale della vita, perché riguarda le famiglie, soprattutto i bambini, e concerne la dignità umana. L’immigrazione è anche una questione che interessa l’America tutta, lo spirito della nostra nazione, la sua anima. Si tratta di capire che Paese vogliamo essere”.

Come valuta lo stallo congressuale sul fronte della riforma?
“Sono un pastore, non un politico, ma noi cattolici vogliamo la stessa cosa che volevano i padri fondatori di questo Paese: un’America giusta per tutti, che difenda gli innocenti e permetta ai deboli di migliorare la loro condizione, un’America che promuova la dignità della persona umana, specialmente quella dei poveri”.

Ritiene che ci sia una dicotomia tra questa visione cattolica e i giochi di partito che spesso sembrano imbrigliare i palazzi di Washington?
“In questi giorni sui giornali si parla di come le difficili sfide delle primarie per alcuni membri del Congresso avranno una ricaduta sul calendario della Camera per procedere su leggi come quella dell’immigrazione. Si sente anche di grandi piani per strappare il voto degli ispanici alle prossime elezioni. Non addosso colpe, dico solo che, dagli attori di questa grande democrazia ci si attenderebbero ragionamenti di più ampio respiro. E poi su un punto non dobbiamo transigere. Questa non è una questione politica o economica: in campo ci sono persone. Persone in difficoltà, che soffrono”.

Nel suo libro si parla di una vera e propria “sottoclasse” che tira a campare tra le pieghe della società americana. Cosa intende dire?
“Mi riferisco a giardinieri, lavapiatti, spazzini, badanti, lavoratori a cottimo nei cantieri edili. La gente non li nota neppure. Ci abbiamo fatto l’abitudine. Ma queste sono persone che sopravvivono ai margini di questo grande Paese. Senza diritti, senza sicurezza, senza assistenza sanitaria. Ad oggi hanno poche ragioni per essere ottimisti. Questo è triste e ingiusto. Sono loro i volti della riforma dell’immigrazione. E quando li guardiamo negli occhi capiamo quanto la politica possa a volte essere inadeguata rispetto alle necessità della gente”.

Che soluzione vede per dare dignità a questi 11 milioni di persone e allo stesso tempo non lasciar passare il principio che si possono infrangere le leggi e restare impuniti?
“La faccenda è complicata. È vero che questi migranti ‘sans papier’ non hanno rispettato le leggi degli Stati Uniti. Questo non è positivo. Siamo una nazione fondata su leggi, e il diritto riveste un ruolo fondamentale in ogni società. Bisogna quindi trovare qualche misura per consentire ai ‘sans papier’ di espiare la pena per aver infranto la legge. Personalmente, comunque, penso a programmi di servizio alla comunità più che a deportazioni. Al contempo dobbiamo anche offrire agli ‘indocumentados’ la chance di normalizzare il loro status e invitarli a prendere parte alla costruzione della nuova America”.

Oltre ad aver scritto un libro sull’immigrazione, lei ne parla spesso in incontri pubblici. Qual è la posta in gioco?
“I padri fondatori degli Stati Uniti sognavano una nazione dove persone di ogni etnia, religione e retroterra culturale potessero vivere insieme, come fratelli e sorelle, come figli dello stesso Dio. Questa bellissima visione ci ha aiutato a rendere questo Paese una grande nazione di immigrati, un popolo di persone provenienti da più nazioni. La domanda oggi è: crediamo ancora in questo sogno?”.

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