Violenza in nome di Dio eresia pura e semplice

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violenzaDi Marco Doldi
Uno degli odierni tentativi di emarginare la religione dal dibattito culturale è che essa sarebbe nociva: non semplicemente, come si sosteneva nell’Ottocento perché distoglierebbe i popoli dalla ricerca dei propri diritti, ma, addirittura, perché sarebbe motivo di guerra. Sotto accusa ci sarebbero le religioni monoteistiche, non quelle orientali, che sarebbero invece maggiormente tolleranti. La fede nell’esistenza in un solo Dio sarebbe all’origine delle divisioni tra gli uomini. Così, per porre fine alle violenze e garantire la pace universale, ci sarebbe una sola soluzione: la marginalizzazione sempre maggiore della religione. Questa è una delle posizioni che assume oggi il pensiero antireligioso.
Come si pone la teologia cattolica di fronte a questa sfida? Se ne è occupata recentemente la Commissione teologica internazionale con un documento dal titolo “Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza”. La riflessione è una pacata e argomentata testimonianza su come la violenza in nome di Dio sia un’eresia pura e semplice. La fede cristiana, in effetti, riconosce nell’eccitazione alla violenza in nome di Dio, la massima corruzione della religione. Il cristianesimo attinge questa convinzione dalla rivelazione dell’intimità stessa di Dio, che ci raggiunge mediante Gesù Cristo. La Chiesa è consapevole del fatto che la testimonianza di questa fede chiede di essere onorata attraverso un atteggiamento di verifica dei comportamenti dei credenti e della loro conversione permanente. La violenza non si giustifica mai: né per rivendicare i diritti di Dio, né per salvare gli interessi degli uomini.
“L’unità indissolubile del comandamento evangelico dell’amore di Dio e del prossimo – afferma la Commissione – stabilisce il grado di autenticità della religione”. Tutta l’esistenza e l’insegnamento di Cristo sono un invito a non cedere mai alla logica della violenza; lo sono in modo eloquente gli avvenimenti della passione. Nell’orto degli ulivi Gesù interdice l’uso della violenza, che vorrebbe evitare il suo arresto; inoltre, egli consegna se stesso alla violenza e non i discepoli.
Ancora di più, l’evento della morte e della risurrezione di Gesù si comprende pienamente nella chiave della riconciliazione fra gli uomini ed esclude definitivamente ogni giustificazione religiosa della violenza. Il Dio trinitario, rivelatosi nel mistero pasquale, consegna se stesso agli uomini liberamente e per amore. L’evento della Croce, che manifesta l’amore di Cristo per il Padre e per i suoi fratelli e sorelle (cfr. Rom 5,5-8) fino al compimento perfetto (cfr. Gv 13,1) nello Spirito, sta nel centro della buona notizia, portata dal cristianesimo. L’immenso evento, nel quale il Figlio di Dio è stato “trafitto per i nostri delitti, schiacciato per le nostre iniquità” (Is 53,5), rimane il fondamento di un umanesimo non violento.
I teologi cattolici che hanno redatto questo documento – ha precisato Serge Thomas Bonino, segretario generale della Commissione – non hanno voluto parlare a nome dei credenti di altre religioni monoteiste, ma evidentemente li invitano a intraprendere un analogo cammino teologico, che guidi i propri seguaci a comprendere l’illogicità della violenza in nome dell’unico Dio. Si tratta di un impegno necessario non solo per fermare atti di violenza e talvolta guerre, ma anche per mostrare come le religioni, quando sono fedeli a se stesse, offrono al mondo disegni di pace e di fraternità. Anche per questo motivo la loro è una presenza essenziale nella vita sociale e politica.

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