La parole svuotate

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ParoleDi Paolo Bustaffa

Il turbinio che in questi giorni, anche nelle alte sedi istituzionali, sembra andare sempre più fuori controllo sconcerta per la cattiva qualità del parlare ma preoccupa ancor più per il riflesso che questo vociare ha sul piano dell’educazione e della formazione della coscienza.
È un segnale triste e che in tempi così difficili non contribuisce a rafforzare quell’etica della responsabilità di cui anche questo nostro Paese ha necessità.
Non si tratta di esprimere giudizi sui contenuti politici che, nella loro diversità o contrapposizione, devono avere garantito il diritto di essere manifestati. Sempre nel reciproco rispetto.
La preoccupazione nasce nel prendere atto che il significato di molte parole, più gridate che pronunciate, è spesso impoverito, smarrito, tradito.
Che cosa ha provocato e provoca questa deriva che, seguendo i racconti mediatici di questi giorni, non si rileva solo nello spazio politico?
Cosa è successo al vocabolario? Chi e perché lo ha manipolato? Sarà possibile restituire alle parole la loro dignità? Potrà essere recuperato un significato autentico, libero cioè dall’ ideologia, dall’improvvisazione, dal rancore, dall’assenza di memoria, dalle invasioni pubblicitarie?
Come sempre in questi casi ci sono più domande che risposte, più dubbi che certezze.
Ed è comprensibile che sia così perché restituire significato alle parole è possibile solo se viene restituita la dignità alla persona, se viene ricomposto il rispetto dell’altro, se viene ridata nobiltà al confronto tra le diversità.
Preoccupa lo svuotamento del vocabolario delle parole ma ancor più preoccupa lo svuotamento del vocabolario della vita. Si sta con il fiato sospeso.
E non è questa un’esagerazione perché se il parlare si allontana dal vivere inevitabilmente si affievolisce e rischia di spegnersi il pensiero sul futuro di ognuno e di tutti.
Non ci si può allora rassegnare al furto di significato ed è incoraggiante incontrare alcuni che invitano a prendere coscienza della deriva e a porvi rimedio.
Papa Francesco è tra questi. I media di tutto il mondo lo seguono perché “è notizia” ma forse ancora non si sono sufficientemente resi conto che nella sua comunicazione così diretta e così efficace c’è l’appello, a riscoprire il significato autentico delle parole. C’è anche l’indicazione per ritrovarlo.
Se si passa in rassegna l’elenco delle parole che Francesco ha rivolto al mondo fin da primo istante del pontificato si scopre che non ha coniato parole nuove ma ha dato e dà significato autentico alle parole di sempre, alle parole della vita perché le radica nella verità nella bontà e nella bellezza. E chiede di camminare con lui su questa strada.
Non è una richiesta di poco conto e neppure è solo la domanda ad andare controcorrente.
C’ è qualcosa di più, c’è un appello che va dritto al cuore e alla mente delle persone perché custodiscano, cioè facciano crescere e non si lascino rubare il significato delle parole a cominciare da quelle che danno sapore alla vita, invitano all’incontro, aprono alla speranza.
Troppo distante questo parlare dal turbinio vociante che ogni giorno entra nelle case?
Più il tempo passa e più ci si accorge che le parole di Francesco sono le parole di tutti i giorni e per questo è credibile quando, al bivio tra le parole vane e le parole folli come sono le parole del Vangelo, indica la strada da prendere e per primo si incammina.

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