Per i cristiani è l’Asia il continente delle persecuzioni

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Di Umberto Siro

I più feroci nella persecuzione dei cristiani sono i Paesi asiatici. La World Watch List 2014 di Porte Aperte (Open Doors International) – un’agenzia missionaria attiva da oltre 55 anni nel campo del sostegno ai cristiani perseguitati – compilata da specialisti, ricercatori ed esperti sul campo della persecuzione contro i cristiani, che identificano il rispetto della libertà religiosa nel privato, in famiglia, nella comunità in cui risiedono, nella chiesa che frequentano e nella vita pubblica del Paese in cui vivono, a cui si aggiunge una sesta area che serve a misurare l’eventuale grado di violenze che subiscono, presenta nei primi 10 posti, 9 Paesi del continente asiatico: insieme alla Corea del Nord, per il 12° anno consecutivo al primo posto, sono presenti la Siria, l’Iraq, l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, le Maldive, il Pakistan, l’Iran e lo Yemen. Come avviene per 36 dei 50 Paesi che compongono la lista, 9 dei primi 10 sono a maggioranza islamica. A conferma del fatto che si è rilevato negli ultimi 15 anni: è l’estremismo islamico la fonte principale di persecuzione contro i cristiani, che subiscono torture, vessazioni, incarceramenti o, nella peggiore delle ipotesi, sparizioni e uccisioni.

La situazione in Corea del Nord, Siria, Pakistan, Iraq. Se in Corea del Nord un cristiano trovato in possesso della Bibbia può essere messo a morte o rinchiuso per anni in un campo di prigionia del regime – si stima che siano attualmente tra i 50 e i 70mila – la vita dei cristiani è divenuta ad altissimo rischio in Siria, in ragione della guerra civile e lo è altrettanto in Pakistan, dove agli islamici radicali vengono garantiti ampi spazi di agibilità e i loro crimini non vengono neanche puniti. In Iraq, la pressione sui cristiani è elevata in tutte le sfere della vita: la costituzione recita che ogni individuo ha libertà di pensiero, coscienza e credo, ma la Sharia è la principale fonte legislativa, che proibisce la conversione dei musulmani ad altre religioni. Questo rende legalmente impossibile l’applicazione della libertà di credo nel caso di convertiti dall’Islam, poiché non sono in grado di cambiare la designazione religiosa sulla loro carta d’identità. Pertanto i figli che prendono la religione automaticamente dal padre saranno considerati musulmani, sebbene il padre non lo sia più in quanto ex musulmano. Essendo una minoranza, i cristiani sono un facile bersaglio dei rapitori. Si sono rifugiati nel nord, affrontando la discriminazione delle autorità curde e a causa della forte emigrazione, si verifica il fenomeno della mancanza di membri di chiesa o di leader in alcune zone centrali e meridionali dell’Iraq che spinge alla vendita delle chiese.

La vita dei cristiani in Iran, Arabia Saudita, Maldive, Yemen e Afghanistan. In Iran, ogni musulmano che abbandona l’islam rischia la pena di morte e le funzioni religiose non musulmane sono controllate dalla polizia segreta. La maggior parte dei cristiani perseguitati in Arabia Saudita sono stranieri, che provengono da nazioni vicine e che vivono e lavorano temporaneamente nel Paese: lavoratori asiatici e africani, oltre ad essere sfruttati e mal pagati, sono esposti a violenza verbale e fisica anche a causa della loro fede cristiana. Nelle Maldive, per i cristiani non esiste una sfera privata: non ci sono riunioni di culto o edifici che ospitino chiese, i pochi cristiani prendono tutte le precauzioni possibili per non essere scoperti. I cristiani yemeniti convertiti dall’Islam si sono dovuti nascondere nel Paese o addirittura espatriare. In Afghanistan, chiunque decida di abbandonare l’Islam viene considerato apostata – dice il rapporto di Porte Aperte – e si trova in una situazione estremamente pericolosa, come illustrato nel recente appello del ministro Nazir Ahmad Hanafi di giustiziare simili persone.

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