Betlemme, fermare il Muro è una questione di sopravvivenza

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BetlemmeDi Daniele Rocchi

“Abbiamo chiesto a tutti di aiutarci, ma nessuno sembra volerci dare ascolto. Lottiamo per una giusta causa, la nostra terra, la nostra vita qui, la nostra dignità, il nostro futuro. Ma il mondo resta inerme davanti alle azioni di Israele. Per questo abbiamo chiesto a Dio di donare forza al nostro impegno per una pace giusta che garantisca il futuro della nostra comunità”. Padre Ibrahim Shomali è il parroco del villaggio cristiano di Beit Jala, situato nel distretto di Betlemme. La città è conosciuta per i suoi vigneti e uliveti, molti dei quali si trovano nella valle di Cremisan, una delle ultime aree verdi della zona. Cremisan è la valle su cui dovrebbe sorgere la barriera di sicurezza israeliana per collegare le colonie ebraiche di Gilo e Har Gilo, che circondano Beit Jala. Il passaggio della barriera taglierà di fatto in due le terre di Cremisan, con effetti devastanti per la debole economia locale. A repentaglio, oltre alle terre anche posti di lavoro e scuole, quelle delle religiose salesiane. A Cremisan, infatti, dal 1885 esistono un monastero salesiano, oltre a una scuola elementare e un asilo per 400 studenti. La cantina vinicola collegata al monastero, con le sue 220mila bottiglie l’anno, offre lavoro a venti operai di fede cristiana di Beit Jala. Il percorso del muro lascerà la scuola in territorio palestinese, mentre monastero e vineria finiranno in terra israeliana. Per impedire la costruzione del muro, gli abitanti di Beit Jala hanno intrapreso, sin dal 2006, un’azione legale che avrà il suo epilogo il 29 gennaio quando si pronuncerà la Corte suprema israeliana.

Una debole speranza. “Se il muro verrà autorizzato perderemo circa 2000 dunam (un dunam equivale a un km²). Siamo stanchi e la speranza sta venendo meno” dichiara il parroco che dal 1° ottobre del 2011, raduna la sua comunità su questi uliveti, a rischio esproprio, per celebrare, ogni venerdì, una messa perché, aggiunge, “la nostra terra abbia giustizia. Dalle nostre terre non ce ne andremo mai”. Non sono soli gli abitanti di Beit Jala in questa lotta. Con loro anche il Patriarcato latino di Gerusalemme, i frati della Custodia, i Salesiani, gli Ordinari cattolici di Terra Santa e anche diplomatici e ambasciatori di tanti Paesi, molti dei quali hanno partecipato il 24 gennaio all’ultima messa tra gli ulivi di Cremisan. Ma tanta solidarietà potrebbe non bastare, per cambiare le sorti di Cremisan. “Serve fare pressione politica, che si parli di questa vicenda, a vari livelli” dice il parroco. Mercoledì a conoscere il verdetto della Corte ci sarà anche il vescovo ausiliare di Gerusalemme, monsignor William Shomali. “Difficile fare previsioni sulla decisione che verrà presa – dice il vescovo – soprattutto perché la questione riguarda, secondo quanto affermato Israele, la sicurezza nazionale. Da parte nostra il sostegno di tanti Paesi ci fa sperare che qualcosa di buono possa accadere”.

Una storia sradicata. “Non ci confischeranno solo gli ulivi – racconta Grace Abomuhor, uno dei 58 proprietari che rischia di perdere la terra – con i nostri alberi sradicheranno la nostra storia. Siamo davanti ad una tragedia che non è solo economica”. “Queste che ci appartengono – spiega Riad Abomuhor, cugino di Grace – sono terre ereditate dai nostri avi. Sono la nostra storia e non esiste nessun compenso che ci possa ripagare. E’ una questione di diritto e di dignità”. “I nostri abitanti dipendono da queste terre – afferma il sindaco di Beit Jala, Nael Salman – una volta che saranno confiscate per costruire il muro la nostra città non avrà più nessuna possibilità di svilupparsi in maniera sostenibile. Una sentenza negativa da parte della Corte Suprema sarebbe per noi un disastro. Perderemmo posti di lavoro e tante aziende chiuderanno. Se vogliono costruire un muro lo facciano nella loro terra e non nella nostra”.

Rischio emigrazione. Il rischio che il villaggio di Beit Jala si spopoli a causa del muro è reale. Oggi sulle terre appartenenti al governatorato di Betlemme sorgono 27 colonie israeliane. Dagli anni Sessanta in poi, secondo cifre fornite dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina, Israele ha illegalmente confiscato oltre 22mila dunam di terra, di cui 18mila annessi a Gerusalemme, altri 4mila presi per costruire il muro. Beit Jala ha perso circa il 70% delle proprie terre per permettere la costruzione delle colonie di Gilo e Har Gilo. Una volta che il muro sarà costruito su Cremisan la metà degli uliveti appartenenti alle famiglie di Beit Jala si troverà in territorio israeliano. A quel punto, conclude il parroco, “non ci sarà più futuro per noi, le famiglie saranno costrette a emigrare. Noi continueremo a pregare e chiedere aiuto al mondo, sperando di essere ascoltati”.

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