La fragile autorità

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pubblicitàDi Paolo Bustaffa

Nomi, cognomi, fotografie. Volti sorridenti, volti spenti, volti tesi. Incontri a casa dell’uno, nella sede dell’altro. Discese e ritorni in campo e in piazza. Primi piani rigorosamente di minoranza e di maggioranza nei programmi e nei salotti televisivi.
La rassegna mediatica sulla politica è senza fine. Ogni giorno si rinnova in tutto o in parte muovendosi su palcoscenici locali, nazionali e internazionali.
Innumerevoli le presenze di personaggi pubblici in pagina, in video e in audio. È normale che sia così ma questo rincorrersi di immagini e parole politiche rende anche visibile una fragilità che pone qualche domanda e qualche preoccupazione.
È la fragilità dell’autorità.
Non si tratta tanto e solo della statura di persone che prendono la parola su temi importanti. La questione riguarda le vicissitudini che il principio di autorità ha attraversato nella politica, nella cultura e oggi, in modo inedito, sta attraversano nel mondo digitale.
Si sfogliano giornali, si guardano e si ascoltano programmi radio-televisivi quasi alla ricerca di un bene perduto, di un valore smarrito.
La debolezza dell’autorità nella sua valenza intellettuale ed educativa, quindi non solo politica, viene letta da più parti come il segnale di una malattia che affligge la società.
In effetti per rispondere al suo compito l’autorità ha assoluto bisogno di un terreno sociale e culturale ricco di umanità, di pensiero, di competenza, di saggezza.
Altrimenti si svuota o si trasforma in un pericoloso autoritarismo.
L’autorità neppure può vivere senza reciprocità sincere: non vuole sudditi ma cittadini attenti e responsabili. Deve avere pensieri grandi e deve essere capace di condividerli con tutti perché tutti possano crescere.
Come un padre nei confronti dei figli.
Finito il tempo triste della morte ritorna oggi il desiderio del padre che è poi il desiderio di un’autorità umile, feconda e lungimirante.
Perché oggi si chiede tutto questo con tanta insistenza? Quale può essere la ragione?
Ci sono domande che si stanno facendo largo tra i detriti culturali e sociali provocati dall’irrompere dell’apparenza, della menzogna, della mediocrità, della cancellazione della memoria.
Quella sull’autorità, intesa come servizio alla verità e al bene, è certamente tra queste: è come un fiore che spunta inatteso in una crepa dell’asfalto o in una fessura del muro.
A spingere con vigore in avanti la domanda è la gente, è quella gente che si sente popolo unito dalla corresponsabilità e dalla solidarietà tra persone e non da un contratto tra individui.
È ancora la gente a chiedersi cosa sia necessario fare perché l’autorità possa riamare il compito d’indicare la strada e guidare il cammino verso un futuro non solo economicamente migliore.
La risposta s’intravvede. Viene da quanti, non demotivati ma stimolati dai racconti politici sui media, sono impegnati sul fronte dell’educazione e della formazione della coscienza. Su questo fronte l’autorità può essere ritrovata e vissuta, in particolare dalle nuove generazioni, come pensiero e atto di amore alla città e al mondo. Scelte da rendere concrete con competenza, rispetto e audacia. E anche con il sorriso.

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