“È arrivata l’ora di ritrovarci allo stesso altare”

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KochDi Maria Chiara Biagioni
Papa Francesco è stato la grande “novità” del 2013. E “dal punto di vista ecumenico il suo pontificato è cominciato subito molto bene. Alla festa dell’inaugurazione tutti i rappresentanti delle Chiese erano presenti. C’era anche il Patriarca ecumenico di Costantinopoli ed era la prima volta nella storia che un Patriarca fosse presente all’inaugurazione di un nuovo pontificato”. Dunque, racconta il cardinale Kurt Koch, presidente del Pontificio Consiglio per l’unità dei cristiani, quest’anno il bilancio ecumenico – grazie anche a Francesco – conquista un vistoso segno “più”. “Dal punto di vista di contenuto – aggiunge subito il cardinale – credo che ci sia una grande continuità tra Benedetto XVI e Francesco perché entrambi hanno un cuore grande per l’ecumenismo”.
A proposito di contenuti, nell’Esortazione apostolica “Evangelii Gaudium” Papa Francesco tocca punti molto importanti come la collegialità e il primato del Pontefice. Come sono state recepite queste aperture?
“Le reazioni all’Esortazione apostolica che ho ricevuto dai rappresentanti di altre Chiese sono bellissime. Sono rimasti molto toccati, apprezzando soprattutto il fatto che questa Esortazione esprime una visione comune. Nel paragrafo riservato al dialogo ecumenico, si avverte come i cattolici possono imparare dalle altre Chiese. Il Santo Padre cita come esempio di sinodalità la Chiesa ortodossa. E nella mia recente visita, il Patriarca di Mosca ha menzionato proprio questo punto”.
Cinquant’anni fa l’abbraccio tra Paolo VI e il Patriarca Athenagora. Sembrava l’inizio di una storia nuova. Poi cosa è successo?
“È stato un grande evento: i capi della Chiesa ortodossa e della Chiesa cattolica si incontravano dopo mille anni di separazione a Gerusalemme. Questo incontro provocò un altro grande evento e, cioè, la fine della scomunica sancita insieme nel 1965 dalle due Chiese nella cattedrale del Fanar a Costantinopoli e a San Pietro a Roma. Finì così l’era della scomunica e si aprì l’era della comunione. In questo senso l’incontro di Gerusalemme sancì l’inizio del dialogo della carità e della verità”.
Per commemorarlo il 25 maggio il Papa e il Patriarca Bartolomeo si sono dati appuntamento a Gerusalemme. Che cosa ci si attende da questo incontro?
“È in primo luogo un atto di commemorazione di questi 50 anni e spero che questo incontro possa far ritrovare la passione per l’unità che era presente al tempo di Paolo VI e Athenagora. Se leggo oggi i testi raccolti nel Tomos Agapis, emerge la passione per l’unità. Athenagora dice: ‘L’ora è arrivata’. L’ora di ritrovarci allo stesso altare. Mi sembra che questa passione di ritrovare la comunione ecclesiale ed eucaristica, debba essere approfondita e rivitalizzata”.
Ci sarà una dichiarazione comune?
“Quale sarà il contenuto della dichiarazione è una cosa che Papa Francesco e il Patriarca devono ancora vedere per capire cosa dire in comune al mondo e alla Chiesa. Questo incontro vuole essere un passo del viaggio da compiere per il futuro”.
Lei ha incontrato il Patriarca Kirill. Avete parlato anche di un eventuale incontro con il Papa?
“Sì, abbiamo parlato di un eventuale incontro tra il Santo Padre e il Patriarca Kirill ma il metropolita Hilarion ha sempre sottolineato quanto più della data sia importante la preparazione perché sarebbe la prima volta nella storia delle relazioni tra Mosca e Roma che un Patriarca della Chiesa ortodossa russa e un Papa di Roma si incontrano. È quindi necessario preparare bene che cosa vogliono fare e dire e questo fa parte di una fase preparatoria”.
Mosca, Costantinopoli, Roma. Io sono di Paolo. Io sono di Pietro. Il tema dell’imminente Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani (18-25 gennaio) è “Cristo non può essere diviso”. Quale passo in avanti è chiesto alle singole Chiese?
“Penso che sia necessario prendere sul serio la consapevolezza che Cristo non può essere diviso. Il fondamento di tutto l’impegno ecumenico è la preghiera sacerdotale di Gesù che dice che l’unità tra i discepoli di Cristo è la volontà del Signore e noi tutti che veniamo da Paolo, Pietro e Andrea abbiamo il compito e la responsabilità di ascoltare la volontà di Gesù e ritrovare questa unità. Paolo, Pietro e Andrea erano sicuramente persone diverse, con carismi diversi ma tutti erano amici di Cristo”.
Non le sembra un paradosso che proprio il primato del Papa sia pietra di divisione?
“Lo disse già Paolo VI che il primato è l’ostacolo più profondo dell’ecumenismo. Ma questo è solo un lato della questione: l’altro è che il primato è una grande opportunità per l’ecumenismo. Prendiamo, per esempio, i tre incontri di Assisi che hanno indetto Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: chi poteva invitare tutte le Chiese, e le altre religioni se non il Papa di Roma? Giovanni Paolo II ha scritto nel libro ‘Varcare la soglia della speranza’ che il ministero di Pietro è un ministero di unità e ha un senso profondo per l’ecumenismo. Tutti i Papi dopo il Concilio Vaticano II, da Paolo VI a Francesco, sono Papi ecumenici che vogliono l’unità e in questo senso il loro primato non solo non è un ostacolo ma è anche un grande ponte per l’ecumenismo”.

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