La morte di Sharon

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SharonDi Stefano Costallo
Con Ariel Sharon se ne va sicuramente una dei personaggi politici più importanti dello stato di Israele, una figura che ha fatto letteralmente la storia del proprio Paese e che ha vissuto da protagonista molto avvenimenti cruciali. Sharon era nato nel 1928 vicino a Tel Aviv da una famiglia di ebrei sefarditi, fuoriusciti dalla nascente Unione Sovietica. Già a quindici anni si arruolò nelle forze che lottavano per la creazione di Israele e a soli ventotto anni fu nominato generale del nuovo esercito.
Grazie alla sua precoce carriera militare, Sharon può essere considerato fra i fondatori di Israele, e proprio la sua azione nelle forze armate lo ha reso celebre. Sharon è stato infatti un vero e proprio simbolo, un eroe militare dotato di grandissimo carisma e di ferrea determinazione, adorato dai propri soldati e capace di iniziative spettacolari e risolute. Già ai vertici militari nella guerra del 1967, fu il conflitto dello Yom Kippur del 1973 a consacrarne la figura, quando guidò l’avanzata dei carri armati israeliani attraverso il Sinai per aggirare le forze egiziane con una manovra da manuale e consegnando la vittoria a Israele. Dopo questa impresa Sharon uscì dall’esercito per entrare in politica, ma continuò a lasciare il proprio segno profondo nella storia di Israele utilizzando lo stesso approccio da comandante militare.
Entrato nel Likud, Sharon è stato, come Rabin fra i Laburisti, uno dei primi ebrei autoctoni a raggiungere i vertici delle istituzioni israeliane. Alla fine degli anni ‘70, da ministro di Menachem Begin, diede il via alla costruzione dei tanto discussi insediamenti in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, che difenderà e promuoverà per i decenni successivi. Nel 1982, Sharon era Ministro della Difesa e organizzò l’intervento israeliano in Libano, nel tentativo di infliggere un colpo mortale all’Olp guidata da Arafat. All’interno di questa iniziativa si collocano le famose stragi di Sabra e Chatila, in cui reparti falangisti libanesi sterminarono migliaia di civili palestinesi in due campi profughi alla periferia di Beirut. L’area era controllata dai militari israeliani, che intervennero solo quando ormai era troppo tardi.
Un’inchiesta interna accertò che le forze israeliane non potevano non conoscere ciò che stava avvenendo e stabilì una responsabilità indiretta di Sharon per quanto accaduto, seppure una sua responsabilità diretta non sia mai stata provata. Questo episodio gettò una pesante ombra sulla figura di Sharon, tingendo la sua famosa determinazione di spietatezza.
La terza fase della vita di Sharon iniziò alla fine degli anni ‘90, quando divenne leader del Likud dopo un lungo periodo di appannamento.
Nel 2000 la sua provocatoria passeggiata sulla Spianata delle moschee a Gerusalemme accese la miccia della Seconda intifada palestinese, sulla scorta della quale Sharon criticò aspramente gli accordi di pace di Oslo. Tuttavia, nel 2005, divenuto Primo Ministro, Sharon riconobbe che i palestinesi avevano diritto a un loro Stato e decise unilateralmente di ritirare le forze armate israeliane dalla Striscia di Gaza, facendo sgomberare con la forza anche vari insediamenti che egli stesso aveva più volte difeso. In seguito a questo cambiamento di rotta, Sharon accusò il proprio partito di estremismo e ne uscì per fondare una nuova formazione di centro, Kadyma, ma un ictus lo colpì lo stesso anno.
Questo era Sharon, una figura complessa come la storia e la società israeliana, un uomo forgiato dalla guerra, dotato di ferrea determinazione, pronto a tutto per il proprio Paese, difficile da racchiudere in qualunque categoria politica.

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