Gaza, è sempre buio perché manca innanzitutto il futuro

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La notte scende subito a Gaza. Le dodici ore giornaliere di erogazione di energia elettrica non bastano a ritardare l’oscurità che avvolge tutto o quasi in men che non si dica. All’imbrunire è facile sentire il rumore dei generatori elettrici che tengono accese le luci fioche delle abitazioni, mentre fuori nelle strade, si sente il vociare dei bambini che continuano a giocare illuminati dai fari delle auto di passaggio. Colpisce il buio di Gaza, forse perché come dice uno dei tanti giovani, Mohammed, che vendono sigarette ai bordi delle strade della Striscia, “qui è buio anche di giorno. Non abbiamo prospettive, non possiamo uscire. Siamo condannati a restare senza futuro”. Parole che descrivono il dramma del blocco israeliano, in atto da quando, nel 2007, Hamas ha preso il potere di questo lembo di terra lungo 45 chilometri e largo non più di dodici, abitato da oltre 1,5 milioni di persone, metà delle quali con meno di 18 anni.
A Gaza non manca solo l’energia elettrica. Mancano l’acqua potabile, il lavoro (la disoccupazione è oltre il 35%), il cibo (l’80% degli abitanti di Gaza riceve aiuto alimentare), servizi sanitari all’altezza, la libertà di movimento. Ma non sono le uniche sfide da affrontare, come racconta il vicario parrocchiale della parrocchia latina della Sacra Famiglia, padre Mario da Silva, religioso brasiliano dell’Istituto del Verbo incarnato, da un anno nella Striscia. “I nostri 176 cattolici della comunità – spiega ai circa trenta vescovi di Usa, Ue, Canada e Sud Africa che sono venuti per due giorni a Gaza a portare la solidarietà e l’aiuto delle loro chiese – si dimenano come il resto della popolazione per fronteggiare la grande povertà. Non è solo con il cibo che si vince questa sfida, serve anche l’istruzione e l’avviamento al lavoro, che consente di guadagnare dignità e rispetto. Abbiamo due scuole con circa 1300 alunni che sono tra le migliori per qualità dell’istruzione e dell’educazione offerta”. Purtroppo le restrizioni imposte da Hamas rischiano di vanificare questo lavoro. “Entro il prossimo aprile – racconta il vicario – anche le scuole private, come quelle cattoliche, dovranno mettersi in regola predisponendo, tra le varie cose, classi separate di maschi e femmine, corsi di addestramento militare per gli alunni e sottoporsi al controllo dei programmi scolastici che saranno supervisionati dalle Istituzioni”.
Davanti a queste sfide la risposta dei cristiani di Gaza è corale e soprattutto concreta. L’esempio arriva dal “Vocational training center” promosso dal Consiglio delle Chiese del Medio Oriente, coordinato da Issa Tarazi. Qui si preparano giovani dai 14 anni in su a diventare le maestranze del domani, falegnami, elettricisti, meccanici. “Attraverso l’insegnamento e l’avviamento al lavoro – spiega il coordinatore – riusciamo a donare qualche prospettiva a questi giovani, molti dei quali provengono da famiglie povere, e che avevano interrotto gli studi. Insegnare un mestiere è il modo migliore per renderli capaci di costruirsi un futuro anche dentro una prigione a cielo aperto come Gaza. Tuttavia – aggiunge – in cuor mio spero che un giorno Gaza torni a vivere libera insieme ai suoi abitanti. Con questa consapevolezza affrontiamo ogni giorno il nostro impegno”. Non molto distante da Gaza City, a meno di un’ora di strada, si trova Rafah, popolosa città della Striscia, posta sul confine egiziano. Valico di accesso per e dall’Egitto, è il terminale di molti tunnel scavati per far entrare nella Striscia merci e prodotti e aggirare così il blocco israeliano. Proprio a ridosso di uno di questi tunnel si trova il centro di riabilitazione di El Amal gestito dall’omonima associazione non governativa sostenuta anche dal Catholic Relief Service. Nel centro vengono assistite persone diversamente abili, in modo particolare coloro che soffrono di gravi disturbi uditivi come spiega il direttore generaleDarwish Abu Shark: “Il nostro scopo è quello di cercare di costruire una società civile in cui tutti i loro membri abbiano pieni diritti. Questo lo si raggiunge anche migliorando la qualità di vita delle persone con scarsa o nulla capacità uditiva così che possano dare il loro apporto alla società. Una scuola per sordomuti, una clinica audiologica, un centro di avviamento al lavoro per adulti sordomuti sono gli strumenti con cui al centro El Amal si fronteggiano le sfide della Striscia. “Non ho mai visto così tanta gente venuta da fuori qui a Rafah – dice con soddisfazione Abu Nahal, giovane del Centro, esprimendosi nel linguaggio dei segni rivolto ai vescovi presenti – anche noi abbiamo tante qualità ma non sappiamo come metterle a frutto. Vogliamo lottare contro questa condizione che ci relega ai margini – interviene Imam Rantisi, studentessa, amante del teatro con il sogno di insegnare ai bambini sordomuti – non posso restare in casa a fare nulla. Voglio studiare, costruirmi un futuro e cullare i miei sogni”. La notte scende subito a Gaza, ma i sogni restano vivi.

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