L’Italia non è morta necessita di autostima

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Di Bruno Cescon

Il pasticcio sugli insegnanti; la Puglia, che non vuole il rigassificatore ma cosparge il suo territorio di pale eoliche e impianti fotovoltaici; i partiti politici in continua fibrillazione che discutono all’infinito di riforma elettorale, di fine delle Province; la riorganizzazione degli ospedali e della sanità ma salvando le pretese localistiche, di ospedali minori inutili quanto costosi, vicino a casa; caos sull’Imu, sulle seconde case; indagini martellanti sulle povertà che crescono; Cgia di Mestre che sforna statistiche su tasse in aumento; miraggio dello sportello unico, che non funziona e banche dati che non dialogano; evasione fiscale miliardaria e debiti dello Stato che crescono assieme a quelli dei Comuni e delle Regioni; imprese che protestano per la burocrazia e per gli aiuti non ricevuti.

Ecco un florilegio di titoli di giornali e telegiornali. Tutti improntati al pessimismo. Il nostro Paese è diventato lamentoso. Non vede che le cose che vanno male. La gente addossa la colpa ai politici ma poi chiede raccomandazioni e posti di lavoro nel pubblico che è già intasato dove si lavora a singhiozzo. È diminuito il lavoro ma vi sono disoccupati che preferiscono il sussidio di disoccupazione a un impiego parziale; ugualmente vi è qualche cassintegrato che resta a casa invece che riprendere il lavoro nella sua azienda che ha una nuova commessa.
Industriali e imprese s’aspettano aiuti dallo Stato mentre protestano per le tasse, il costo del lavoro. Eppure una parte di loro non ha saputo innovare, mentre ora ha capitali finanziari che non vuole o non sa investire. Eppure sono guadagni, ottenuti in parte anche con l’evasione fiscale, in tempi più facili. Hanno spesso investito in agricoltura e purtroppo in edilizia, quando vi sono migliaia di appartamenti sfitti e di capannoni vuoti, con grave danno ecologico per il territorio. I Comuni si vantano, a buon diritto, di essere vicini alla gente ma non sono esenti da sprechi, da assunzioni inutili. Si sono spesso comportati da cicale e ora chiedono soldi che non ci sono. Questo è anche il nostro Paese, anche i nostri Friuli e Veneto. Capaci di sperimentare nuovi partiti, che si comportano peggio delle vecchie forze politiche.
Nonostante tutto questo c’è vitalità. Vi sono aziende, vi sono commerci, vi sono concessionarie, vi sono ospedali e reparti all’avanguardia nelle specialità e bene funzionanti. Vi è chi tra gli imprenditori osa nuovi investimenti e pure ci guadagna. Altre imprese hanno saputo internazionalizzarsi. Vi sono giovani che non aspettano solo i concorsi, ma che avviano nuove attività. E sono giovani ben preparati, spesso forniti di diverse specializzazioni. Vi è un terzo settore, il sociale, fatto di comunità, di rete di imprese, di cooperazione e consorzi che bilancia lo Stato nell’assistenza. Vi è un’agricoltura, che ha condotto una accelerata modernizzazione, che sta sul mercato.
Nel nostro Paese ha retto ed è cresciuta la solidarietà, non solo quella caritativa, ma quella dell’aiutarsi l’un l’altro, soprattutto nelle famiglie. Se lo Stato sociale deve ridursi all’essenziale, il terzo settore, che interpreta e attua il principio di sussidiarietà, potrà integrare l’assistenza pubblica.
Il nostro Paese non è morto. Necessita di una rinnovata autostima. Di riscoprire un nuovo orgoglio di essere italiani dentro un mondo globale. Gli italiani debbono volersi bene.

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