La teoria del “gender” alla conquista della scuola italiana

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Di Luigi Crimella
Entra nel vivo, nel 2014, la “Strategia nazionale per combattere le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere”. Il titolo di questa azione, voluta dal Governo italiano tramite il Dipartimento per le pari opportunità della presidenza del Consiglio dei ministri, è piuttosto lungo e complesso (www.pariopportunita.gov.it e www.unar.it). Dietro una terminologia asettica, quasi avvocatesca, c’è una visione antropologica secondo la quale è finito il tempo in cui l’umanità si divide naturalmente in due sessi: i maschi e le femmine, gli uomini e le donne. La visione “gender”, su cui si fonda la “strategia” italiana, dice invece un’altra cosa: in realtà ciò che conta non è il sesso biologico e la relativa azione educativa che normalmente si riceve in famiglia, e poi nella scuola, in parrocchia o altrove. Tutto questo sarebbe superato da una nuova auto-consapevolezza di maschi e femmine che potrebbero scoprire di voler essere femmine in un corpo maschile, o maschi in un corpo femminile, o omosessuali o lesbiche o bisessuali o altro ancora. Invocando una libertà assoluta di diventare ciò che si desidera essere, qualsiasi ostacolo o condizionamento o concezione culturale che proponga un altro percorso educativo, anche semplicemente quello naturale di maschio o femmina, viene considerato sbagliato e addirittura “discriminatorio”. La “strategia” in questione si propone quindi di agire nella società, con modalità precise, perché nessuno in famiglia, nella scuola, nei mass media, in chiesa, si “permetta” di proporre concezioni educative che dissentano da modelli “gender”.
 
“Strategia” affidata solo a 29 associazioni Lgbt. Vediamo cosa dice il documento governativo sulla “strategia” per combattere tali presunte discriminazioni. Anzitutto si è individuato il campo di analisi della situazione italiana, istituendo un “Gruppo nazionale di lavoro Lgbt”, acronimo che significa “lesbiche, gay, bisex e transgender”. Il Governo precedente (Monti) ha radunato nel “gruppo nazionale” 29 associazioni di settore (es. Arcigay, Arcilesbica), non facendo sapere nulla di questa operazione se non a cose fatte, provocando di fatto l’esclusione di numerose altre associazioni e realtà educative che potevano dare un prezioso contributo nella riflessione su cosa significhi oggi la “discriminazione” su base sessuale. Il primo punto affrontato è consistito nell’indagine statistica su come gli italiani concepiscano le discriminazioni verso “la comunità omosessuale”. I risultati emersi darebbero un quadro di accettazione e tolleranza (60%) verso le relazioni omosessuali anche se poi solo il 43,9% sarebbe favorevole ai matrimoni gay e il 20% all’adozione da parte di coppie omosessuali. Da questi dati le “Pari Opportunità” hanno iniziato a finanziare campagne nazionali di comunicazione contro l’omofobia, l’ultima col titolo perentorio: “E non c’è niente da dire. Sì alle differenze. No all’omofobia”. Ovviamente siamo tutti d’accordo sul non odiare i gay, ma se qualcuno pensasse che l’omosessualità non è un “bene”? Oppure la considerasse una forma di “disordine” del comportamento? Sarebbe per queste opinioni, di per stesse opinabili, perseguibile?
Rischio di forte pressione culturale. Proseguendo nell’azione, le “Pari Opportunità” hanno siglato un accordo col ministero dell’Istruzione, dando vita a una estensione della “Settimana contro la violenza” nelle scuole (avviata dal 2009) che dal 2013 ha ampliato la sua sfera di azione alle diverse forme di discriminazione sessuale e di “genere”. Se al suo interno c’è un obiettivo valido, quello di combattere il “bullismo” che a volte si scatena nei confronti di qualche giovane gay o lesbica (si parla di 140 casi nel 2012), in realtà lo scopo è quello di compiere una forte pressione culturale per far passare la visione “gender”. Ciò è tanto più comprovato dal fatto che il testo governativo parla di appena il 24% di omosessuali italiani che hanno dichiarato di aver subito discriminazioni a scuola, mentre secondo un’indagine Ilga Europe (International Lesbian Gay Association, l’associazione super-sponsorizzata da parte degli organismi comunitari che “detta” la linea alle comunità gay nazionali) tale percentuale sarebbe di oltre il 60%. Con ciò si renderebbe necessaria questa azione di indottrinamento “gender”, anche se i dati nazionali dicono il contrario.
Associazioni Lgbt in cattedra? La strategia non si limita a produrre iniziative da attuare nelle scuole, ma investe il mondo del lavoro, la sanità (donazione di sangue, riconversione chirurgica del sesso ecc.), le prigioni, gli alloggi, i mass media. Pertanto, ad esempio, a scuola verranno proposte iniziative didattiche “in maniera adeguata e sistematica” per docenti e alunni, utilizzando “l’expertise delle associazioni Lgbt”, cioè saliranno in cattedra direttamente coloro che vivono questa condizione sessuale. Non si pensa di coinvolgere i genitori o le associazioni familiari, chiedendo loro un parere: lo si fa piovere dall’alto e basta. E poi, con quale autorevolezza didattica, poniamo, di un “transgender”: ci vorrà una laurea specifica, oppure il solo fatto di essere un “trans” darà diritto a diventare docente? E ancora: perché non affidare il tema del rispetto delle “diversità” agli stessi docenti che sono tenuti a educare ai valori costituzionali di rispetto della persona? Infine: è giusto, sul piano didattico e formativo, offrire agli studenti un solo indirizzo culturale ed etico su una materia così delicata per lo sviluppo completo della personalità? Tutti questi interrogativi assillano i genitori come i docenti. Dare una risposta coerente ed equilibrata può essere un bene per tutti.

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