Così resiste in Cina il mito di Mao Questione di potere

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cina famigliaDi Umberto Siro
Analisti attenti alle notizie provenienti dalla Cina, giudicano con grande prudenza le decisioni adottate dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, che riguardano l’allentamento della politica del figlio unico e la formale abolizione dei campi di lavoro forzato detti “laojiao” (rieducazione attraverso il lavoro), oggetto di una risoluzione dei giorni scorsi.
La popolazione si è ridotta di 3,45 milioni l’anno. Per quanto riguarda la politica del figlio unico – in vigore in Cina dal 1979 – Asia News riporta le dichiarazioni di Chi Wanchun, membro del Comitato permanente, il quale ha precisato che “l’allentamento della politica del figlio unico non significa la fine del family planning”; e di Jiang Fan, deputato dell’Assemblea nazionale del popolo, che ha detto: “Non possiamo rischiare che la popolazione cresca fuori controllo”. Le direttive che riguardano l’allentamento di misure spesso esercitate con violenza e che hanno comportato una riduzione della popolazione (3,45 milioni l’anno), con la conseguente mancanza di forza lavoro, dovrebbero essere applicate in modo graduale, dando potere alle autorità provinciali di attuarle secondo i dati demografici delle diverse regioni.
Si abolirebbero i “laojiao”, mantenendo la “detenzione amministrativa”. Perplessità suscita anche l’abolizione dei “laojiao”. Una misura inaugurata nel 1957 che dà potere alla polizia di comminare pene fino a quattro anni, senza processo e senza notifiche alle famiglie dei reclusi. Secondo un rapporto Onu del 2009, la Cina ha 320 campi di rieducazione attraverso il lavoro e 190mila internati. I cattolici sperano che la cancellazione dei “laojiao” porterà alla libertà i vescovi Giacomo Su Zhimin di Baoding, mons. Cosma Shi Enxiang di Yixian, p. Giuseppe Lu Genjun, vicario generale di Baoding, rispettivamente da 15, 12, 9 anni nelle mani della polizia. Oltre a loro, almeno altri 10 sacerdoti della Chiesa sotterranea sono internati nei “laojiao” per aver celebrato messe in luoghi non registrati, o aver garantito il catechismo o guidato ritiri dedicati ai giovani. La risoluzione che cancellerebbe i “laojiao”, mantiene comunque l’istituto della “detenzione amministrativa”.
La denuncia di Bao Tong. Le misure adottate si situano in un contesto ancora intriso – a parere dell’oppositore del regime Bao Tong, già Direttore dell’Ufficio per le Riforme Politiche del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese e segretario politico di Zhao Ziyang, Presidente del Consiglio di Stato dal 1980 al 1985, ora agli arresti domiciliari nella provincia di Zhejiang – dell’ideologia e del mito di Mao Zedong. In una sua testimonianza, diffusa da Asia News, Bao Tong spiega: “I successori di Mao non vogliono per nulla abbandonare il bottino della sua vittoria militare. Questi successori così potenti sono troppo felici di perpetuare in eterno il mito di Mao, infondendo il mito del ‘salvatore’ nel sangue delle generazioni che si susseguono, dalla culla in poi. L’eredità di Mao, alla fine, comprende anche il bavaglio sulla pubblica opinione; un regime non eletto; una ‘armoniosa’ cospirazione fra i tre poteri (esecutivo, giudiziario, legislativo, ndr); manifatture di massa e aborti di giustizia. Fra tutti, la cosa più importante è l’assoluto potere della leadership, perché chiunque lo possieda, ha nelle sue mani il destino di centinaia di milioni di operai. Il potere è insieme verità e legittimità; esso è insieme il magico, leggendario, invincibile albero della ricchezza e il definitivo tocco di Mida. Per questo è importante che la gente venga a vederlo da sé; non possono essere unificati e costretti a credervi”.

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