Violenze choc

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Violenza donneDi Patrizia Caiffa

Torna all’attenzione dei media occidentali il problema della violenza sulle donne in India, dopo il caso-choc della dodicenne stuprata due volte dal branco, incinta di uno dei suoi aguzzini e poi bruciata viva in una città a 40 km da Calcutta (nello Stato federale del Bengala) perché aveva osato denunciare. Abbiamo raggiunto al telefono monsignor Alex Dias, vescovo di Port Blair, nelle isole Andamane e Nicobare, che dipendono direttamente dal governo centrale ma fanno parte della regione ecclesiastica di Ranchi, in Bengala.Secondo i dati diffusi in questi giorni dalla Corte suprema indiana, nel 2013 i casi di stupro nella capitale Delhi sono raddoppiati rispetto all’anno precedente: 1.330 (erano 706 nel 2012). In India vivono 1 miliardo e 200 milioni di persone.

Aumentano gli stupri o le donne indiane hanno ora il coraggio di denunciare di più?
“Sicuramente è aumentato il numero delle donne che hanno il coraggio di sporgere denuncia. Inoltre il tema è diventato più visibile sui media”.
È un problema finalmente sentito dall’opinione pubblica?
“Senz’altro è sentito. Ogni giorno i giornali ne parlano. Prima era un fenomeno taciuto. Ora le donne fanno un passo in avanti per denunciare, molto più di prima”.
Da Occidente l’India appare come un Paese pericoloso per le donne. È così? Nella sua diocesi le risultano questi casi?
“Le donne indiane sembrano non avere, purtroppo, la libertà che hanno gli uomini. Il pericolo è soprattutto nelle città. Grazie al Signore nella mia diocesi non è mai successo”.
Può essere dovuto ad un forte contrasto tra la tradizione, che tende a relegare la donna in un ruolo sottomesso, e l’incalzare della modernità?
“È possibile che oggi le donne si sentano più aperte, abbiano voglia di uscire da sole. Può essere anche questa la causa, ma è difficile dirlo”.
In seguito ad un episodio simile avvenuto nel 2012 a Delhi il governo ha reintrodotto la pena di morte per gli stupratori. Una condanna giusta?
“Come vescovo non posso accettarla, perché la Chiesa rifiuta la pena di morte. Con il cambiamento della legge le autorità dovrebbero essere più attente, ma a volte non lo sono. La polizia, ad esempio: spesso sono gli stessi agenti a compiere le violenze. Le forze dell’ordine che dovrebbero proteggere il popolo compiono invece gli abusi. Le autorità dovrebbero vigilare di più”.
Il governo centrale di Delhi sta facendo abbastanza per arginare il fenomeno?
“Questo problema dipende più dagli Stati federali, che possono prendere dei provvedimenti interni”.
L’India è tra i Paesi emergenti più in vista ma sembra non riesca a risolvere alcuni problemi interni, tra cui la povertà e la violenza sulle donne. Non dovrebbe fare uno sforzo in più?
“Senz’altro dovrebbe farlo. Purtroppo la pubblicità che descrive l’India, a livello internazionale, come una grande potenza emergente nasconde grandi problemi come la povertà. Il governo centrale non ne vuole parlare, ma la povertà sta aumentando. Forse è troppo interessato a voler dare una immagine che non corrisponde alla realtà. Come successe anni fa con lo tsunami, che ha colpito la mia diocesi. La prima reazione del governo è stata quella di rifiutare gli aiuti internazionali per far vedere che siamo una potenza”.
L’India ha il Pil in crescita ma oltre 400 milioni di poveri. Cosa c’è che non va?
“I poveri non hanno cibo, non hanno casa. Papa Francesco lo ha spiegato molto bene contestando la ‘trickle-down theory’ (letteralmente “effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso”, una teoria che associa la crescita economica e lo sviluppo, a un contemporaneo miglioramento della condizione economica dell’intera popolazione, ndr), secondo la quale se aumenta la ricchezza automaticamente i poveri diventano ricchi. Il Papa ha usato una buona immagine, quella del bicchiere, che sembra miracolosamente aumentare di grandezza, ma fuori non trabocca niente per i poveri. Questo vuol dire che la ricchezza non arriva automaticamente ai poveri. I ricchi diventano più ricchi, i poveri sempre più poveri”.
Quali altre priorità sociali?
“L’oppressione nei confronti delle donne e l’educazione. Due anni fa è passata una legge nazionale secondo la quale i bambini non devono essere bocciati fino alla decima classe, cioè 14/15 anni. L’India ha un potenziale enorme di bambini e giovani che studiano. Succede così che tanti frequentano fino alla decima, ma quando parli con loro ti accorgi che non meritano di essere nemmeno nella prima. Secondo me il governo vuole dare l’impressione che sta lavorando molto bene sul fronte dell’educazione, ma non è così. Già cominciamo a vedere i risultati negativi della legge. Di conseguenza scenderà il numero dei giovani che potranno andare all’università, perché poco preparati”.
Lei dunque invita il governo indiano a preoccuparsi anche dei problemi sociali, oltre che dell’immagine pubblica nel mondo.
“Sì, è molto importante non esagerare e guardare veramente la realtà”.

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