Sequestrate trecento Bibbie in Malaysia

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Non ha fine, in Malaysia, la polemica sull’uso del nome “Allah” per indicare Dio nei testi cristiani in lingua malese, nè l’opposizione alla sua proibizione sui mass media, stabilita tempo fa dalla Corte Suprema. Come riferisce l’agenzia Misna, i funzionari del Ministero per gli Affari religiosi, le autorità addette alla tutela della fede islamica, hanno deciso di sequestrare circa 300 copie della Bibbia in possesso di un gruppo cristiano, pubblicate dalla Società biblica malese nello stato di Selangor, nelle vicinanze della capitale. Arrestati anche due leader cristiani giovedì 2 gennaio.

Un comunicato della “Bible Society of Malaysia”, inviato all’agenzia Fides, informa che l’imputazione è, secondo la polizia, “l’uso illegittimo del termine Allah per i cristiani”, già sentenziato da un tribunale nell’ottobre 2013 nei confronti di “herald”, settimanale cattolico diocesano di Kuala Lumpur, limitatamente alla sua edizione in lingua malese. Il verdetto era stato accolto con soddisfazione negli ambienti islamisti e interpretato come vincolante per qualunque pubblicazione non islamica, incluse le versioni in lingua malese della Bibbia.

Una interpretazione questa smentita subito dal premier Najib Razak, il quale, dopo il pronuciamento di ottobre, aveva rassicurato i cristiani e le altre minoranze che il verdetto non avrebbe toccato diritti e abitudini consolidati non in contrasto con la sensibilità islamica del Paese.

L’episodio di ieri dimostra invece “le ambiguità tuttora esistenti” – denuncia la “Bible Society of Malaysia” – e riguarda una lettura radicale della decisione dei giudici che avevano sentenziato la proibizione dell’uso di “Allah”. Come riferito a Fides, le Bibbie sequestrate erano importate dalla vicina Indonesia, dove si parla il “Bahasha”, lingua in comune fra Malaysia e Indonesia. In Malaysia, si teme adesso il via libera ad ulteriori iniziative di sapore persecutorio verso le fedi minoritarie.

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