Per l’omicidio stradale chiedono pene certe da 4 a 7 anni di carcere

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Foto Incidente Nazionale

Di Francesco Rossi

Pene più rigorose per chi provoca incidenti mortali, risarcimenti rapidi e perdita a vita della patente. Sono alcune delle conseguenze dell’introduzione del reato di “omicidio stradale”, che il guardasigilli Anna Maria Cancellieri ha annunciato di voler portare in Consiglio dei ministri entro gennaio, all’interno di un pacchetto di norme sulla giustizia. Ogni anno – secondo i dati dell’Associazione italiana familiari vittime della strada (Aifvs) – 5mila persone muoiono sulle strade italiane; 300mila i feriti e oltre 20mila i disabili gravi. Sulla proposta del ministro Cancellieri il Sir ha interpellato Giuseppina Passaniti Mastrojeni, presidente dell’Aifvs ed essa stessa colpita da un lutto a causa di un pirata della strada: 13 anni fa perse la figlia diciassettenne, investita sul marciapiede davanti casa.
Come giudica la proposta d’introdurre il reato di omicidio stradale?
“Il problema non è cambiare nome al reato: bisogna che i giudici applichino pene adeguate al crimine commesso. E poi non lo si può limitare solo a chi è in stato d’ebbrezza o sotto l’effetto di stupefacenti: chi è sobrio ma guida come un pazzo e provoca un incidente è forse meno responsabile di chi è ubriaco o drogato?”.
Ritiene le norme vigenti troppo blande?
“Da parecchio tempo si parla di porre attenzione alla gravità del reato, commisurandola con la gravità del danno. Come associazione abbiamo sempre messo in evidenza che non si tratta di fatalità, ma della trasgressione di norme con comportamenti che sottovalutano la vita umana. L’uccisione di una persona è un crimine che chiede un’adeguata attenzione della giustizia, mentre troppo spesso gli stessi giudici tendono a trovare ‘giustificazioni’ e applicare il minimo della pena. Così non dev’essere: basta leggere il codice penale…”.
Ossia?
“L’articolo 133 stabilisce che nella valutazione agli effetti della pena il giudice deve tenere conto della gravità del reato, stabilita in base alla gravità del danno, al grado della colpa e al comportamento del reo. La gravità è massima e la colpa pure, poiché quando si trasgredisce il codice della strada si è consapevoli che si possono privare altri dei diritti inalienabili alla vita e alla salute. Ci vorrebbe, quindi, il massimo della pena, mentre oggi tanti non finiscono neppure in carcere”.
Si parla ora di una pena massima di dieci anni…
“Innanzitutto auspico che il ministro della giustizia si confronti con noi nel definire questo reato. La nostra proposta è che la pena vada da 4 a 7 anni di carcere, raddoppiati in caso di trasgressioni gravissime. E che il reato di omicidio stradale si applichi in ogni caso, e non solo per chi è sotto l’effetto di alcolici o stupefacenti. È importante che chi uccide una persona con l’auto finisca in carcere: per la società, ma anche per la propria coscienza”.
Ci sarebbe anche l’”ergastolo della patente”…
“La patente è un diritto acquisito, che si ha purché si rispettino le norme. Non è un diritto inalienabile. È giusto che chi si macchia di gravi colpe perda a vita la patente, ma già con i punti si potrebbe responsabilizzare l’automobilista. Basterebbe che non fossero tutti recuperabili: ad esempio, se ne perdo 10 ne potrò riavere solo 7 e così via. Se una persona persevera nel violare il codice della strada, alla fine non avrà più punti e perderà per sempre il diritto a guidare”.
Oltre a punire i colpevoli, bisogna operare nella prevenzione. Con quali strumenti?
“Bisogna intensificare i controlli, coordinare gli interventi, informare e formare. Torno alla patente a punti: quando è stata introdotta gli incidenti sono calati perché i media ne hanno parlato. Poi si è capito che i punti non sono persi per sempre e l’effetto è parzialmente svanito. Inoltre, abbiamo una tecnologia impressionante: usiamola! Ad esempio partendo dai limitatori di velocità per le auto. E teniamo sempre a mente le parole che il beato Giovanni Paolo II rivolse proprio alla nostra associazione, pochi mesi prima di morire: ‘Non rassegnatevi mai a considerare le vittime della strada come un fatale e inevitabile pedaggio da pagare al progresso (…). Il cambio di passo dev’essere culturale ed etico’”.

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