Fiat vince ma muore è la globalizzazione

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fiatDi Nicola Salvagnin
Che buon anno col botto per la Fabbrica Italiana Automobili Torino, cioè la Fiat! Anche se, d’ora in poi, sarà più opportuno chiamarla Fiad, dove Detroit sta al posto di Torino. Perché l’acquisizione della quota di Chrysler in mano al sindacato dipendenti della Casa automobilistica, fa sì che un’azienda ormai ridotta al lumicino (Fiat), ritorni prepotentemente sui mercati mondiali con un ruolo da protagonista.
Un plauso a Sergio Marchionne e agli azionisti guidati da John Elkann, bravi e fortunati. Mancava un 41,5% di Chrysler per averla completamente in mano, sono riusciti ad averlo contrattando da un paio d’anni sul prezzo, e pagandolo senza mettere mano al portafoglio (avevano liquidità accantonata e aggiungono un dividendo straordinario).
Insomma la lepre s’è mangiata il lupo, e questo fa storcere il naso a molti americani (e non solo), indispettiti dal fatto che un costruttore ormai ridotto a Panda e Cinquecento, sia riuscito ad acquisire la proprietà di una delle aziende automobilistiche più sane del pianeta pagandola con un sacco di noccioline e riuscendo laddove Mercedes era quasi fallita nell’abbraccio con gli americani.
Parlavamo di bravura e di fortuna. La fortuna si è travestita nel 2009 da Barack Obama, che s’era trovato l’azienda di Detroit tecnicamente fallita, e con decine di migliaia di posti di lavoro bruciati. Obama disse in buona sostanza: chi la risana, se la tiene. Ripetiamo: Mercedes era scappata via dall’alleanza con gli americani perdendo un sacco di miliardi, ma lasciando un bagaglio tecnologico che Marchionne ha furbescamente messo ad immediato profitto.
Fiat accolse subito l’invito di Obama, favorita dalla formazione e dalla mentalità anglosassone di Marchionne. Chrysler è stata risanata alla grande, ora produce utili che Fiat in parte brucia. Ecco perché oltreoceano l’alleanza Fiat-Chrysler era ed è malvista.
Una buona notizia per l’Italia? Una buona notizia per gli azionisti Fiat, anzitutto. Una novità in chiaroscuro per il Paese. Perché è chiaro che perdiamo l’unica grande azienda manifatturiera che abbiamo. Il cervello e pure il cuore si sposteranno a Detroit. La buona notizia sta nel fatto che Fiat era ed è un’azienda in stato comatoso, incapace di programmare e finanziare nuovi investimenti, destinata comunque a soccombere o a finire nelle braccia di qualche altro costruttore. L’Italia diventerà una provincia dell’impero, al terzo posto per ordine d’importanza dopo Usa e Brasile. Qui si produrranno le piccole e si controllerà il mercato europeo. Sempre meglio che morire e mandare a spasso i 25mila dipendenti italiani.
C’è chi si chiede: di quanti Marchionne avremmo bisogno per risollevare la nostra economia? Purtroppo a noi non mancano né le capacità, né l’inventiva, né la voglia di fare. Mancano i soldi, e soprattutto la capacità di attrarli. Un’azienda italiana in crescita, se vuole diventare grande deve rivolgersi ai mercati finanziari americani o asiatici, insomma uscire da qui. In buona sostanza, Fiat vince ma muore, la grande industria italiana fa gol ma al fischio finale della partita.
Le nostre aziende più belle e più sane sono piccole imprese nel mercato mondiale, spesso nate dall’intuizione di un singolo imprenditore; destinate insomma a tramontare con lui o a diventare preda dei grandi gruppi mondiali.
Ma è inutile piangerci addosso. Eravamo la Juve, siamo diventati l’Udinese, il vivaio di talenti che diventeranno grandi altrove. Addio settima potenza mondiale, d’accordo. Il futuro è di India, Brasile, Russia, Messico, Turchia. L’importante però è lavorare bene e guadagnare, come fa da anni l’Udinese. Se la nostra classe dirigente lo capirà, l’Italia saprà ritagliarsi il suo ruolo nel mondo del futuro. Se continuerà a tediarci dai talk show, questa fusione Fiat-Chrysler sarà ricordata dai posteri come la Caporetto di un sistema-Paese.

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