Un Natale diverso… tornando alla centralità del minstero dell’incarcanazione

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Luigi Pingelli

Di P. Luigi Pingelli

La diversità è un fattore che si invoca in periodi critici o di emergenza, nonché quando certi eventi scadono dal loro significato originario e assumono un contorno banale e mistificatorio.

Che il Natale sia stato ridotto ad una festività ormai lontana dal suo senso religioso e privata della sua sacralità è evidente e proprio per questo nasce l’esigenza, soprattutto nei credenti, di non lasciarsi condizionare dal clamore e dalla subdola intossicazione mediatica e consumistica.

Questo richiamo potrebbe sembrare stucchevole e scontato, anzi ormai da annoverare tra il repertorio di quelle realtà inflazionate e destinate a non raccogliere particolare attenzione.

Ciò rende ancora più desolante il quadro di secolarizzazione e paganizzazione di questa festa cristiana poiché diventa improbo il ricorso a efficaci interventi per provocare sul tema una riflessione profonda e illuminante.

Tuttavia non bisogna demordere per non lasciarsi andare alla deriva e abbandonare il campo davanti a difficoltà seminate nel contesto generale della nostra società e nelle coscienze.

Il Vangelo, del resto, ha dovuto sempre dissodare il terreno da incrostazioni culturali avverse alla novità del messaggio cristiano e seminare con fatica il buon grano pur conoscendo l’insidia della zizzania.

Nel campo di questo mondo in cui siamo chiamati ad operare con senso di responsabilità e di discernimento abbonda purtroppo il loglio che un’abile e prezzolata manovalanza moltiplica per sovvertire la visione cristiana della vita.

In simili situazioni la fede ci offre un adeguato supplemento di coraggio e impegno per affrontare l’urto di un’onda travolgente  che tenta di rovesciare la barca della novità evangelica.

La diversità, di cui parlo, è proprio la diversità del Vangelo che non si lascia inquinare dalle tossine di un mondo malato e spesso inconscio della propria infermità.

Il Vangelo mostra soprattutto la sua diversità sovvertendo la logica corrente, cioè ribaltando la sapienza di questo mondo con la sapienza che viene da Dio.

È quanto mai illuminante l’antifona della Novena tradizionale del Natale che si esprime biblicamente in questi termini: “O Sapienza che esci dalla bocca dell’Altissimo, ti estendi ai confini del mondo e tutto disponi con soavità e forza: vieni, insegnaci la via della salvezza”.

La sapienza per la rivelazione cristiana non consiste in un sistema normativo di saggezza codificata dalla mente umana o da tradizioni secolari in grado di regolare la propria condotta e i rapporti a più largo raggio nell’ambito della comunità umana. La vera Sapienza è quella uscita dalla bocca di Dio, ossia il Logos, il Verbo della vita generata nella carne umana in Maria Santissima per la potenza dello Spirito.

Questa verità viene affermata nel prologo del Vangelo di Giovanni, che evoca in modo eloquente la preesistenza stessa della Parola e la sua Incarnazione: “; “E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Giov. 1, 14).

La Sapienza (il Logos) di Dio ha preso la carne umana e pertanto si è manifestata in modo concreto superando la dimensione delle parole per essere la stessa Parola: la sapienza ormai si esprime non più attraverso il veicolo discorsivo di suoni articolati, ma la si incontra nella persona del Verbo. La Sapienza o la Verità, che per la Bibbia coincidono, non è concepita dall’uomo, ma Dio stesso la rivela e la consegna, direi in modo sacramentale, nella carne assunta dal Verbo.

Ecco la vera diversità: la Sapienza, la Verità, la Gloria dell’Unigenito del Padre non è contenuta dal mondo, ma da Dio, che per amore raggiunge il mondo irradiando la sua luce per fugare le tenebre.

Celebrare un Natale diverso significa allora ritornare alla centralità del mistero dell’Incarnazione: toccare con la fede il Verbo della vita, come gli Apostoli l’hanno toccato fisicamente, farsi possedere dalla Sapienza, dalla Verità e dall’Amore.

Questo è il cammino da percorrere orientati verso una meta salvifica nella piena consapevolezza che, mentre affrettiamo i nostri passi incerti e vacillanti, ci viene incontro la Sapienza stessa di Dio.

” E abitò in mezzo a noi “, ecco la scoperta che ci dona gioia e coraggio per celebrare in modo diverso il Natale del Signore: il clima surreale venato di svenevolezze, di ingenuo e artefatto sentimentalismo ci conduce, attraverso le strane magie e le mode corrosive di un mercato frivolo e alienante a dare importanza all’apparenza, alla superficialità, alla migrazione dalla sorgente dell’interiorità e dello spirito.

Tutto l’apparato festaiolo carico di riflussi mitici, di coreografie confinate il più delle volte nel mondo delle favole e della fantasia, di luci ammalianti, di pacchi e doni da distribuire con dovizia incontrollata appartiene ad una ambigua e astuta strategia tesa a intorbidire il vero significato del Natale.

È urgente, in tale contesto, ritornare alle fonti della Rivelazione  e concentrare lo sguardo della fede sulla culla di Betlemme, vera cattedra di amore e di sapienza.

È Dio stesso che, nascendo in totale povertà, ci insegna la via della diversità: Egli sceglie il silenzio e non lo strepito, la povertà e non la ricchezza, l’anonimato e non la gloria, un umile villaggio e non lo splendore di Gerusalemme, i pastori e non la casta dei potenti, una grotta e non una reggia. Tutto questo è l’emblema di un criterio che rifugge dalla falsa concezione della sapienza degli uomini che si tramuta clamorosamente in stoltezza: “Ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini” (1 Cor., 25).

Il Discorso della montagna è già contenuto e anticipato concretamente nella Sapienza del Verbo fatto uomo nella grotta di Betlemme: la povertà di spirito, la mitezza, la misericordia, la sete di giustizia, l’afflizione, la purezza di cuore, la promozione della pace scaturiscono dalla vita donata di Cristo fin dal momento della sua nascita.

L’Incarnazione non è solo sinonimo del mistero di Dio fatto uomo, ma anche del mistero della ricchezza dell’amore di Dio che si trasferisce dal cielo sulla terra per cambiare il cuore dell’uomo e illuminarlo con la vera Sapienza.

Natale è consegnarsi allo Sposo divino, che è tale proprio perché ha sposato la natura umana per trasferire l’uomo nel mondo di Dio e Dio nella dimora dell’uomo. Questo, umanamente parlando, sembra stoltezza, ma è quella stoltezza che Dio affronta per rivelare la grandezza dell’Amore: è questo il nuovo vocabolo e il nuovo linguaggio della Sapienza che si è fatta carne.

Natale è il paradosso della Sapienza che si fa stoltezza per cambiare il metro di giudizio usato dall’uomo e fargli adottare quello usato da Dio, il grimaldello che scardina la serratura dell’angusta porta del cuore dell’uomo per aprirlo a contemplare l’infinita sapienza di Dio.

Natale è quindi il vasto e incantevole panorama del cuore di Dio che palpita anche fisicamente mediante il mistero dell’Incarnazione: il cuore di Dio diventa tutt’uno col cuore dell’uomo, l’umanizzazione di Dio diventa la deificazione dell’uomo! Mistero dell’assurdità, ma di una assurdità che trova spiegazione nella Sapienza e nell’Amore di Dio.

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