Natale multietnico: la voce di un fratello immigrato

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DSCN0867DIOCESI – Domenica 15 dicembre si celebra il Natale Multietnico presso la chiesa di Cristo Re in Porto D’Ascoli.
Anche nella nostra diocesi sono numerose le comunità cattoliche provenienti da differenti paesi, molti di loro sono giunti qui come migranti in cerca di lavoro e di un possibile futuro per sé e le proprie famiglie, spesso anche molto lontane, rimaste nei paesi di origine.
Sono tante le storie di questi fratelli migranti, a volte storie di sofferenze e di grandi sacrifici, di diffidenza ma anche di accoglienza.
Vite che ci interpellano, non solo alla solidarietà, ma anche a riflettere sui nostri stili di vita, sulle opportunità di libertà e futuro che abbiamo pure in questo momento di crisi che sembra tanto buio.
Vite che interpellano i cristiani innanzitutto, uomini in cammino che non possono non essere sempre sulla soglia come Abramo alle querce di Mamre, pronti ad andare incontro a coloro che arrivano alle nostre porte, ed invitarli alle nostre tavole. Nel sussidio per l’Avvento che tutta la diocesi sta seguendo per animare le celebrazioni di queste domeniche, viene suggerito come gesto di allestire una tavola, ogni domenica questa tavola si arricchisce.
La scorsa domenica si è aggiunta una sedia per far sedere coloro che migrano nelle nostre terre, mentre nel sussidio si può leggere la lettera-testimonianza di un fratello immigrato.

“ Ero giovane e non sentivo  altro che parlare dell’Europa e delle prospettive di futuro di quel continente. Vivevo in una terra afflitta dalla povertà, dove era difficile perfino trovare  un pasto e desideravo andar via  per dar vita ai miei sogni e poter aiutare  la mia famiglia.
Oggi a distanza di anni penso che i miei sogni si sono infranti nella morte di molti dei miei fratelli che hanno intrapreso un viaggio senza ritorno e che non sono riusciti a poggiare i piedi in questa  terra di speranza .
Allietato solo da i miei sogni per una vita migliore ho affrontato, pagando onerosamente  un viaggio  durissimo, stipato come una bestia alla mercé di uomini spietati e senza scrupoli  superando freddo, fame e sete .

Con il passare degli anni penso che dobbiamo riflettere, confidare in Dio, affidando a Lui le nostre  preoccupazioni e le nostre paure cosi da poterci rialzare e sperare che l’uomo ritrovi i veri valori.

Il mio percorso è stato durissimo, più della vita che avevo lasciato, una gioventù bruciata da indifferenza e pregiudizi.  Per chi non è mai emigrato non può capire  il dolore che si prova  quando una persona ti giudica all’apparenza,  specialmente se il colore della tua pelle è nera.  Quanta verità in un antico proverbio della mia terra “ la gente anche se gli presenti il Signore la prima cosa che guarda sono le scarpe”.

Essere giudicati sempre per quello che non sei ,specialmente quando sei  giovane come lo sono Io, lascia un solco profondo nell’anima che è difficile rimarginare , ma io grazie a Dio non ho tramutato la rabbia in rancore.

Ho sofferto spesso la fame,  ho dormito al freddo, ma non ho mai perso la mia dignità. Tutto ciò ha però  ferito la mia anima meno degli  sguardi di disprezzo della gente, del loro  deridermi  quando vesto in maniera diversa senza capire che  i nostri abiti colorati, nei momenti malinconici, ci fanno sentire vicino alla nostra patria; non siamo pagliacci ma  nella nostra terra ci si veste con i colori più belli per rendere omaggio al nostro Dio che è il Dio di tutti.

Penso che  nessuno può essere felice senza il suo vicino, bisogna cercare la tolleranza, il dialogo e non aver paura della diversità perché questa non deve dividere ma unire.

Molte volte mi domando tutta questa sofferenza è servita a qualcosa? Forse si, ho incontrato anche persone che non si sono fatte ingannare dal colore della pelle, che mi hanno accettato a prescindere, che hanno voluto condividere aspetti di una cultura diversa, che mi hanno aiutato quando ho sbagliato, si perché  anche io ho sbagliato e di questo ne sono pienamente consapevole. Ma ciò che mi addolora di più è aver tradito la fiducia che mi era stata data.  Ma se è difficile per un ragazzo bianco con una famiglia che lo supporta e lo guida, pensate per me con il niente, senza  nessuno che ti aiuti e che ti consigli, senza nessuno che ti tenda una mano per rialzarti quando sei a terra .

Chiedo scusa a queste persone che mi hanno aiutato e stanno continuando ad aiutarmi, ma è veramente difficile, quando si è vissuto per anni nella diffidenza e nel pregiudizio,  fidarsi e certe volte si fanno cose per paura di deludere le uniche persone che ti hanno teso una mano, sto cercando con tutto me stesso di fidarmi, ma non è facile.

Il mio sogno adesso è quello di tornare un giorno nel mio paese,  poter lavorare, creare una famiglia e vivere dignitosamente. E poi  tornare  nel vostro paese  per rivedere quelle  persone che mi hanno amato nonostante la diversità del colore della nostra pelle.

Posso comunque dire che un sogno in fondo l’ho realizzato: ci si può amare e vivere in pace nonostante la diversità di colore, di religione e di cultura,  perché il Dio è uno solo e lui ama indistintamente senza pregiudizi”.

Cheikh Sayl

Un invisibile per la nostra societàDSCN6786

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