C’è un gran bisogno di silenzio

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Di Paolo Bustaffa
“No, non muovetevi , c’è un’aria stranamente tesa, c’è un gran bisogno di silenzio, siamo come in attesa”. Anche le parole un po’ lontane di un cantautore possono far nascere pensieri e domande mentre si è immersi nella cronaca. C’è un linguaggio umano, semplicemente umano, che attraversando il tempo e lo spazio mette in sereno movimento il cuore e la mente. Soprattutto quando ci si trova in momenti complessi, difficili da comprendere, da condividere e da vivere.
“Perché – aggiunge Giorgio Gaber – da sempre l’attesa è il destino di chi osserva il mondo con la curiosa sensazione di aver toccato il fondo. Senza sapere se sarà il momento della sua fine o di un neo-rinascimento”.
Ecco, è un affresco dell’inquietudine di oggi, è un immagine di questo tempo incerto proposta in tutta la sua faticosa bellezza: tinte forti e tenui, chiare e scure.
Forse c’è molta poesia. Anzi ce n’è troppa e con la poesia non si vive e non si cambia il mondo. Eppure il poeta, come il profeta, è sempre stato il più fedele interprete e narratore del tempo e dell’eterno. Il pragmatismo e l’efficientismo li hanno messi ai margini delle strade dell’uomo ma agli incroci della storia entrambi sono immancabilmente lì ad attendere il viandante per indicare una direzione altra e alta al suo cammino.
“L’attesa – canta Gaber – è il risultato, il retroscena di questa nostra vita troppo piena, è un andar via di cose dove al loro posto c’è rimasto il vuoto. Un senso quieto e religioso in cui ti viene da pensare e lo confesso ci ho pensato anch’io al gusto della morte e dell’oblio”.
Sono parole semplicemente umane, parole che traboccano di voglia di capire, di cercare, di incontrare, di sperare. Con umiltà, hanno qualcosa da insegnare al linguaggio della fede. Forse dicono al credente che senza il calore umano le sue parole rischiano di essere come nelle chiese le candele elettriche che non potranno mai sostituire quelle di cera che palpitano e si spengono per lasciare posto a un’altra luce.
L’attesa, nella cultura di un realismo che è più benpensante che sano, viene confinata nella categoria dell’inutile o del sogno. Tutto deve avvenire in fretta, non c’è tempo da perdere. Occorre aprire subito la porta per far entrare il “nuovo” che bussa con la presunzione e l’arroganza di chi ritiene di avere sempre la risposta giusta a ogni domanda. La casa e la coscienza si riempiono di cose e di concetti. Qualcuno rimane fuori, non è neppure atteso.
E chi vive di cose e di concetti con difficoltà riesce a raggiungere la consapevolezza e la gioia di attendere Qualcuno e, insieme, di sentirsi atteso da Qualcuno.
Il Qualcuno rischia di diventare l’Estraneo oppure lo Scontato cioè colui che ha nulla di straordinario da dire, non ha alcuna notizia da prima pagina.
Al “gran bisogno di silenzio” di Gaber può allora unirsi il desiderio di parole impreviste e imprevedibili come quelle del Rabbi, raccontato da Martin Buber, in “Il cammino dell’uomo”.
Il Rabbi chiese improvvisamente ai suoi eruditi ospiti “Dove abita Dio?”. Quelli risero di lui: “Ma che vi prende? Il mondo non è forse pieno della sua gloria”. Ma il Rabbi diede lui stesso la risposta “Dio abita dove lo si lascia entrare”.
Così al luogo dove si lascia entrare Dio si arriva seguendo una strada lungo la quale due viandanti camminano l’uno verso l’altro, macinando nei loro passi diversi l’attesa di un incontro.
Una strada che attraversa i paesaggi dell’inquietudine, dell’incertezza, del disorientamento. Ma anche quelli della speranza.

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