Pompei si sbriciola metafora italiana

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PompeiPrima si è sbriciolata la parete di una bottega, poi è venuto giù una parte di intonaco della Casa della Fontana piccola, uno degli edifici più sontuosi e ammirati del sito archeologico: una sorta di “status symbol” dell’epoca, entrando nella quale l’ospite era immediatamente in grado di intuire lo stato sociale del padrone di casa.
L’ennesimo crollo a Pompei, dopo quello di pochi giorni prima, il 24 novembre. Il muro, questa volta, è finito in briciole nello stesso giorno in cui il maltempo, che imperversava sulla Penisola, ha provocato due vittime, annegate e travolte dall’acqua, oltre che numerosi feriti e un’immensa teoria di devastazioni ambientali. Le cause del crollo? Quelle di sempre: la vegetazione che si insinua tra le insenature delle costruzioni antiche di duemila anni, l’incuria sulla quale si gioca all’eterno rimpallo delle responsabilità. Le cause dei danni incalcolabili prodotti della pioggia, oggi in Abruzzo come ieri in Sardegna? Quelle di sempre: l’interramento di torrenti e fiumi, la violenza sprezzante della cementificazione indiscriminata. Pompei, oggi, è il simbolo dell’Italia che si sbriciola. L’Italia che non ha più memoria e rischia di compromettere un volta per tutte il suo futuro. L’Italia in preda ad una sorta di “odio” per la propria cultura e di una indifferenza per la natura che è “madre” ma anche “matrigna”, se si smarriscono le coordinate del rispetto per il creato.
Mentre a Londra la mostra su Pompei ha registrato incassi da capogiro, e altrettanto il film prodotto dalle major, la Pompei vera, quella archeologica, continua a sgretolarsi. Mentre cresce l’attesa per l’uscita del film della Tristar Picture, a febbraio nelle sale italiane – una sorta di “Matrix” sull’antica città sepolta dal Vesuvio nel 79 d. C, con effetti speciali degni della più “nobile” tradizione statunitense – siamo ancora in attesa che si concretizzi il “Gande Progetto Pompei”, per realizzare tutti gli interventi di messa in sicurezza, restauro e valorizzazione necessari al rilancio del sito archeologico. Un progetto che gode di un finanziamento di quattro milioni di euro ma che, finora, può contare solo su tre operai al lavoro in cantiere, stando a quanto denunciano i sindacati. Quando, un paio di anni fa, cominciarono i primi crolli, il presidente Napolitano parlò di “vergogna” per l’Italia, esortando a concrete assunzioni di responsabilità. “In un Paese dove quando piove un gran numero di case fanno fatica a stare in piedi, e spesso non ci riescono, si pretende che lo stiano muri che non sono nemmeno cementati”, scrive un anonimo in un amaro commento in rete alla notizia dell’ennesimo crollo. No, non ci si può rassegnare al cinismo, né lasciarla vinta all’indifferenza. “La cultura è l’unico bene dell’umanità che, diviso fra tutti, anziché diminuire diventa più grande”, scriveva Hans Georg Gadamer. Cominciamo, allora, a prenderci tutti un pezzetto di quel muro.

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