Vegliare e custodire la fede

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Papa Piazza San PietroTempo di attesa e tempo di speranza, l’avvento: “la porta oscura del tempo, del futuro è stata spalancata – scrive Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi – chi ha speranza vive diversamente; gli è stata donata una vita nuova”.
Matteo, nel suo Vangelo, ci chiede di essere sempre pronti ad accogliere il Signore, di “custodire”, per usare un verbo caro a Francesco, la speranza. Gesù è sul monte degli Ulivi, aveva detto ai suoi discepoli che il tempio sarebbe diventato un mucchio di rovine, senza specificare, rispondendo a una loro domanda, né il giorno, né l’ora.
Ecco allora l’invito a vegliare, e a custodire la propria fede. Matteo scrive queste cose in un tempo di crisi profonda della comunità dei suoi discepoli: c’erano ostilità e persecuzioni, e per di più il Signore tardava a tornare.
Ed ecco che Matteo cerca di tirare su i suoi, dicendo che l’atteggiamento del discepolo è di sorpresa, di attesa vigile; e lo fa con una similitudine, ricordando Noè e il diluvio: gli uomini e le donne compivano gesti e azioni simili a quelle che possiamo compiere noi ogni giorno. Erano concentrati sulle cose che facevano, una ordinarietà di azioni che si sono trasformate in una sorta di anestesia totale, che ha annullato ogni senso spirituale. Così quando è arrivato il diluvio non si sono resi conto della gravità della situazione. Il Signore non condanna né deplora la quotidianità della vita, ma, come ci ricorda Papa Francesco, invita a non cedere alla mondanità.
Il verbo custodire ci porta a leggere in modo più attento la prima lettura, Isaia, che parla di un tempo nuovo in cui ci sarà pace nel mondo, invito a guardare al monte del tempio del Signore.
Dice Papa Francesco all’Angelus: “da lì, da Gerusalemme, è venuta la rivelazione del volto di Dio e della sua legge. La rivelazione ha trovato in Gesù Cristo il suo compimento, e il ‘tempio del Signore’ è diventato lui stesso, il verbo fatto carne: è lui la guida ed insieme la meta del nostro pellegrinaggio, del pellegrinaggio di tutto il popolo di Dio; e alla sua luce anche gli altri popoli possono camminare verso il Regno della giustizia, verso il Regno della pace”.
Gerusalemme è la città cui guardano i credenti, è la città della promessa che si realizza. E la vigilanza, l’attenzione ai segni, la pazienza e il discernimento sono gli atteggiamenti che ci permettono di camminare su quella linea del “già e non ancora”.
Ed è la città della pace per definizione, anche se, purtroppo, il Medio Oriente ancora non la conosce. Così Francesco pronuncia le parole del profeta Isaia: “spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra”.
Un sogno anche ai giorni nostri, nel tempo delle guerre dimenticate, dei conflitti regionali, della violenza terroristica. “Ma quando accadrà questo?” si chiede Francesco.
“Che bel giorno sarà, nel quale le armi saranno smontate, per essere trasformate in strumenti di lavoro! Che bel giorno sarà quello! E questo è possibile! Scommettiamo sulla speranza, sulla speranza della pace”.
Cammino mai concluso dice Francesco: “Come nella vita di ognuno di noi c’è sempre bisogno di ripartire, di rialzarsi, di ritrovare il senso della mèta della propria esistenza, così per la grande famiglia umana è necessario rinnovare sempre l’orizzonte comune verso cui siamo incamminati. L’orizzonte della speranza”.
Il tempo di Avvento, dunque, è proprio l’attesa di un futuro pieno di speranza. Invito a guardare a Betlemme alla nascita che cambia la storia dell’uomo.
È il tempo, dice Papa Francesco, che “ci restituisce l’orizzonte della speranza, una speranza che non delude perché è fondata sulla Parola di Dio”.
In questo tempo di attesa e di speranza Francesco ci chiede di lasciarci guidare da una semplice ragazza di paese, dal nome Maria. Lei “porta nel cuore tutta la speranza di Dio. Nel suo grembo, la speranza di Dio ha preso carne, si è fatta uomo, si è fatta storia: Gesù Cristo”. E il discepolo, il credente, è come quel servo che ha ricevuto dal padrone un compito preciso e che ogni giorno attende il ritorno del suo signore: la sua venuta è improvvisa ed è lui che il discepolo deve attendere.

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