A fianco di Francesco per sollevare la Chiesa che cade

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di Maria Chiara Biagioni

Il vento di Papa Francesco sulla Chiesa. A parlarne al è il cardinale Robert Sarah, presidente del Pontificio Consiglio “Cor Unum”, che traccia un bilancio del pontificato interpretandolo alla luce del nome “Francesco” che Bergoglio ha scelto. L’intervista a pochi giorni dalla chiusura dell’Anno della Fede. Il cardinale Sarah parte proprio da qui, dal grande compito che la Chiesa ha davanti a sé: portare il Vangelo della carità al mondo.

 Eminenza, c’è ancora spazio per la fede in un mondo secolarizzato?
“È vero che viviamo oggi in un mondo secolarizzato, tutto orientato a risolvere i suoi problemi economici e politici. È vero che c’è poco spazio per Dio e per la religione. Però c’è ancora una fame di Dio, un desiderio profondo di stare con Dio, di ascoltarlo, di sperimentare il suo amore. Ne sono un segno tangibile le Gmg, la folla dei giovani, ma anche la piazza di San Pietro sempre affollatissima del mercoledì e della domenica. Vuol dire che c’è una ricerca dell’amore di Cristo a cui la Chiesa può rispondere”.
Ci sono forme di evangelizzazione privilegiata in un modo smarrito e incredulo?
“Mi sembra che la forma più efficace oggi sia quella della compassione, il condividere la sofferenza degli uomini, come ha fatto Madre Teresa. Lei è potuta andare nei paesi arabi e in quelli comunisti, perché ovunque voleva condividere la sofferenza. Un’altra via per raggiungere il cuore degli uomini è la ricerca della pace come ha fatto papa Francesco. Il suo invito alla preghiera e al digiuno è stato ascoltato da tutti perché la pace non è una ricerca politica ma un dono di Dio. Penso anche che la Chiesa – proprio perché immersa in mondo smarrito e incredulo – non dovrebbe esitare o avere paura di proclamare il Vangelo perché il mondo ha bisogno di una luce e la luce è Cristo”.
Dove si incontrano più ostacoli?
“L’indifferenza religiosa, il relativismo etico e morale, la secolarizzazione e il materialismo, la sbagliata interpretazione della libertà umana che provoca una visione antropologica spesso mortale: sono queste le periferie dove troviamo i maggiori ostacoli”.
Cosa ha rappresentato l’arrivo di Papa Francesco nel cuore della Chiesa?
“Papa Francesco è un richiamo di Dio verso di noi: ricordare ai cristiani chi siamo, che la nostra vocazione è di assomigliare a Cristo, diventare Cristo. Noi cristiani siamo chiamati a diventare Cristo perché come dice Sant’Ireneo, Dio si è fatto uomo perché noi diventassimo come lui. E san Paolo ha detto: non sono più io che vivo ma è Cristo che vive in me. Il nome Francesco che il Papa porta è in questo senso un programma”.
Che cosa ha da dire il carisma di San Francesco alla Chiesa di oggi?
“Ci dice che la Chiesa e tutti noi dobbiamo spogliarci. Perché la prima cosa che ha fatto San Francesco è stata quella di spogliarsi. Siamo immersi purtroppo in una cultura che inquina l’uomo: dobbiamo allora lasciare questa cultura, spogliarci del materialismo, essere più umili, più poveri. Papa Francesco per primo ha dato esempio di povertà, di umiltà, di spogliamento. Ha lasciato tante cose che caratterizzavano il papato. Il suo comportamento è un segno del suo desiderio di cercare di essere più semplice, più povero, più spogliato. C’è poi un’altra cosa: anche nell’epoca di San Francesco si viveva la stessa situazione di crisi nella Chiesa e nella società. La Chiesa era distrutta moralmente, viveva profonde difficoltà. Sembrava che crollasse. Dicono gli storici che Papa Innocenzo ha visto in sogno che la cattedrale di San Giovanni in Laterano stava per crollare e c’era un piccolo uomo che supportava la Chiesa. Anche noi dobbiamo supportare la Chiesa che cade. La Chiesa ha perso tante cose: la sua vocazione alla santità. Guardate cosa abbiamo vissuto con i sacerdoti che sono stati accusati di cose gravissime. Anche nella curia romana, abbiamo ascoltato cose tanto brutte. E dunque dobbiamo sollevare la Chiesa perché cade. E Papa Francesco cerca di purificare, di organizzare. Speriamo che ci riesca con l’aiuto dello Spirito Santo e l’aiuto di tutti”.
Resta sempre il grande compito di uscire, andare incontro alle persone, evangelizzare?
“San Francesco è andato fino al Cairo per portare Cristo. Ed oggi Papa Francesco ci invita alla missione, alla evangelizzazione. Con il suo nome, il Papa traccia un programma immenso per noi tutti e dobbiamo aiutarlo. Francesco è una grazia per noi ma bisogna cogliere questa grazia, interiorizzarla e lasciarsi convertire perché l’ultima parola spetta alla conversione della Chiesa. Per convertire il mondo, la Chiesa deve convertirsi per prima”.

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