Nello Sri Lanka i diritti umani sono un optional

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protestaÈ stata proprio la riunione del Commonwealth (Chogm) – l’organizzazione non governativa che riunisce i Paesi che facevano parte dell’impero britannico – che si è tenuta a Colombo, capitale dello Sri Lanka, dal 15 al 17 novembre 2013, a far emergere, a livello internazionale, la gravissima situazione relativa al rispetto dei diritti umani in quel Paese. Prima della riunione, Steve Crawshaw, direttore dell’ufficio del segretario generale di Amnesty International, aveva dichiarato: “Lo Sri Lanka sta cercando di usare il Chogm per ripulire il suo deplorevole curriculum nel campo dei diritti umani e nascondere sotto il tappeto le violazioni in corso. Il Commonwealth non deve chiudere gli occhi di fronte a tutto questo, come ha fatto finora, consentendo alle autorità del Paese di negare il diritto della gente a protestare in modo pacifico”. Nei giorni precedenti la riunione, il Governo asiatico ha preso misure per impedire le manifestazioni e ha intensificato la repressione nei confronti delle voci dissidenti e critiche, attraverso minacce e vessazioni nei confronti di oppositori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Gli attivisti locali per i diritti umani hanno anche denunciato la chiusura di tutte le università, le minacce di espulsione per i parlamentari stranieri presenti nel Paese per prendere parte a incontri della società civile e la limitazione di movimento imposta ai giornalisti. I provvedimenti del governo hanno colpito anche gli esperti internazionali: al Relatore speciale dell’Onu sull’indipendenza dei giudici e degli avvocati e l’Istituto internazionale delle associazioni degli avvocati per i diritti umani è stato negato l’ingresso nel territorio dello Sri Lanka.
L’occupazione dello Stato. Soprattutto in Occidente, viene molto contestato il Presidente dello Sri Lanka, Mahinda Rajapaksa, al potere da otto anni. Gli si attribuisce di aver ignorato i crimini di guerra commessi dalle truppe dell’esercito nelle fasi finali della campagna militare contro le Tigri Tamil e di aver ordinato un’ondata di repressione contro chi contesta la sua autorità e quella del suo governo, oltre ad aver fatto poco o nulla per favorire un accordo politico con la minoranza Tamil, che comprende circa il 15% della popolazione. Come ha scritto Jason Burke, sul “The Observer”, c’è però un fatto da considerare: la popolarità imbattibile di cui gode nel suo Paese Rajapaksa, che grazie all’uso della retorica, è riuscito anche a smarcarsi dalla richiesta più volte espressa dalle Nazioni Unite d’indagare in maniera trasparente sui presunti crimini di guerra. Eppure, le accuse nei confronti di Rajapaksa sono pesantissime ed anche successive al periodo bellico: secondo stime internazionali, centinaia di casi di rapimenti; minacce ai giornalisti e ai sindacalisti; la modifica della Costituzione per consentirgli il terzo mandato: la presenza, all’interno del Governo, di decine di suoi parenti, che sembra controllino la metà della spesa pubblica del Paese; uno dei suoi figli, indicato come successore.
La guerra civile non dimenticata. Ciò nonostante, negli ultimi anni sono aumentati sia i turisti sia le rimesse degli emigrati e nel solo 2013 sono previsti investimenti superiori ai due miliardi di dollari. Ulteriore prova delle contraddizioni asiatiche e, in particolare, di un Paese che ha vissuto per oltre 25 anni un conflitto che ha mietuto centinaia di migliaia di vittime, soprattutto tra i civili, che non è stato ancora dimenticato.

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