I clienti delle prostitute? Sono gli uomini della porta accanto

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prostituzioneDi Patrizia Caiffa

Baby prostitute nella Roma bene, ragazze che si offrono su internet o nei club privé, giovani straniere costrette a vendersi per pochi euro sulla strada. Il mercato della prostituzione in Italia è più florido che mai e ci si chiede: perché? Chi sono i clienti? Le ricerche hanno accertato che sono uomini molto normali, di tutte le età e condizioni sociali.
Ne abbiamo parlato con suor Claudia Biondi, responsabile del settore “tratta e prostituzione” di Caritas ambrosiana. Le religiose in Italia fanno un lavoro esemplare per togliere dalla strada le vittime dello sfruttamento sessuale, circa 20-25mila in turn over (non sono sempre le stesse), con picchi fino a 40mila.

Come è cambiato negli anni il fenomeno della prostituzione?
“Oggi sulla strada sono tutte ragazze straniere, con diverse forme di assoggettamento. Le romene hanno un legame economico con gli sfruttatori: è una sorta di lavoro, percepiscono circa 1.500 euro al mese. Decidono di scappare quelle che subiscono violenza oppure quando i loro sfruttatori non rispettano gli accordi. Dal 1990 ad oggi il mercato ha subito degli aggiustamenti, per tentare di rispondere alla domanda e ridurre i costi. Con la crisi i prezzi si sono abbassati tantissimo, soprattutto per le nigeriane: circa 15/20 euro. Poi c’è la prostituzione negli appartamenti, nei centri massaggi, nei club privé, nei bar e soprattutto internet, un luogo molto frequentato e non controllabile. È impossibile fare delle stime ma sicuramente la prostituzione al chiuso è il settore che tira di più, perché offre maggiore protezione al cliente”.

Chi sono i clienti?
“Sono persone normali, insospettabili. Anche quelli che vanno con le minorenni con l’età delle figlie. Ci sono delle costanti comuni: la non responsabilità nella relazione (la maggior parte sono sposati o fidanzati), l’uso del corpo della donna impostato sul denaro. Il discorso della responsabilità riguarda anche la richiesta di rapporti non protetti. Sempre più uomini sono disposti a pagare di più per usare questa modalità. Così aumentano irresponsabilmente i rischi sulle ragazze e su mogli e fidanzate”.

Ci racconta qualche storia emblematica?
“Ho conosciuto tante storie: molti anni fa un giovane, laureato, che faceva l’obiettore di coscienza, s’innamorò perdutamente di una ragazza nigeriana. Quando gli chiesi: ‘Perché lo fai?’ mi rispose: ‘Un po’ per gioco, un po’ per curiosità, perché mi piacciono le ragazze nere’. Sono casi frequentissimi. Molti clienti s’innamorano: si sentono i ‘salvatori’ che vogliono redimere le ragazze. A volte arrivano famiglie disperate perché il figlio vuole sposare una prostituta. Tanti ragazzi sono accompagnati da preti che non sanno cosa fare. Vengono in Caritas a chiedere consiglio e aiuto”.

A livello culturale è accaduto qualcosa?
“Negli ultimi quindici anni c’è stato uno sdoganamento di questo tipo di comportamenti. Basta guardare alla volgarità dell’uso del corpo della donna in tv, ai messaggi che sono passati: per fare le parlamentari o diventare attrici bastava vendersi. C’è stato un cambiamento: si fa finta di non vedere ma questi ultimi anni hanno inciso pesantemente sul costume degli italiani. Facciamoci caso: nessuno parla più del fatto che gli uomini vanno con le prostitute per un fatto d’istinto. Oramai c’è una sorta di legittimazione morale. Ora non ci si vergogna più di dire che si va con il proprio capo per fare carriera. Per molti non è facile cambiare atteggiamento, perché vivere superficialmente è meno faticoso”.

L’Italia si dice un Paese cattolico. Nessuno può tirarsene fuori?
“Nessuno. Anche nel nostro contesto di amici e parenti c’è sicuramente qualcuno che va con le prostitute. Sono storie molto tristi ma sottaciute. Ci sono mogli o fidanzate che preferiscono che il proprio uomo vada con una prostituta piuttosto che con un’amante. Mi dicono: ‘Meglio con una prostituta perché dura dieci minuti e non ci sono implicazioni sentimentali’”.

È quindi una doppia morale: cosa si può fare per scardinarla?
“Si potrebbe fare qualcosa, ma negli anni è diminuito l’interesse. Prima ci chiamavano di più a parlare nelle scuole, nei gruppi parrocchiali. Ora questo tema non va più di moda. Eppure il fenomeno permane in tutta la sua portata. Anni fa abbiamo organizzato degli incontri con i sindacati per parlare a chiunque. Ma il lavoro si è fermato. Ora incontriamo solo battutine, risatine, compiacenze. E poi c’è il problema della riduzione dei fondi, anche nei bandi del Dipartimento pari opportunità”.

Cosa potrebbe fare la Chiesa italiana?
“Bisognerebbe riprendere il discorso sulla sessualità, silenziato dal problema della pedofilia. O si ha il coraggio di riprendere in mano questi temi o si rischia la doppia morale. In passato c’erano stati dei tentativi, sono stati fatti incontri con i preti, però al momento non c’è molto. Va avanti bene solo il lavoro con le vittime. La Chiesa, in tutte le sue espressioni, le accoglie e le aiuta ad uscire dalla strada”.

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