Noemi e Ibrahim: da potenziali nemici ad amici nella pace

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paceDi Daniele Rocchi
“Nella mia vita non avevo mai conosciuto dei palestinesi e nemmeno lui aveva conosciuto degli israeliani ma solo i soldati ai checkpoint. Mi ha fatto piacere sentirgli dire che c’è Israele e ci sono israeliani. Io, allo stesso modo, posso dire che c’è la Palestina e ci sono palestinesi, non solo terrore, diffidenza e paura”. Il racconto di Noemicomincia così, mentre parla stringe tra le mani una tazza di caffè caldo. Venticinque anni, studentessa israeliana di architettura, Noemi è di Sde Boker, località del Negev, famosa per il suo kibbutz dove si ritirò David Ben Gurion, lo statista israeliano che proclamò nel 1948 la Costituzione dello Stato di Israele, di cui fu primo Premier e primo ministro della Difesa. Da quattro mesi risiede nello Studentato internazionale dell’associazione Rondine Cittadella della Pace, situata nell’omonima frazione di Arezzo, dove segue un master universitario, grazie a borse di studio messe a disposizione da istituzioni e privati. Vicino a lei è seduto Ibrahim, palestinese di Jenin, città dove è ambientato il romanzo di Susan Abulhawa, “Ogni mattina a Jenin”, una sorta de “Il Cacciatore di Aquiloni” in versione palestinese, nelle cui pagine trasuda la dolorosa storia di un popolo e della sua terra occupata. Ibrahim è a Rondine da un anno e mezzo per un master in scienze bancarie. In questo piccolo angolo di Toscana, riparato e ‘neutrale’ convivono tanti giovani provenienti da Paesi in conflitto e che nelle loro terre sarebbero potenziali nemici. Qui cercano di ‘dare un volto al nemico’, di umanizzarlo e di abbattere il pregiudizio. È il metodo Rondine (clicca qui per guardare il filmato sul canale YouTube).
Costruire fiducia. “Nella Cittadella della pace – dice Ibrahim – condividiamo le sofferenze di un conflitto che non ci appartiene. Desideriamo guardare avanti per non trascorrere la vita a odiare. Dopo decenni di negoziati non abbiamo ottenuto nulla. Credo sia giunto il momento per provare ad avvicinarci gli uni gli altri anche attraverso lo studio e la cultura. Così si trovano vie comuni. Le decisioni politiche molto spesso dividono, ma se a sostenerci sono il dialogo e la fiducia, allora si superano le divergenze e l’amicizia si rafforza”. Da Noemi arriva un sorriso condito da parole di approvazione: “Voglio conoscere la cultura palestinese, parlare con giovani palestinesi, dialogare con loro per capire meglio ciò che accade e superare i pregiudizi reciproci. Cerco di comprendere il loro dolore, solidarizzare con loro, ma occorre andare oltre. La storia scritta fino ad oggi parla di guerra, a noi tocca scrivere quella della pace facendo memoria degli errori del passato che devono unirci, non dividerci”. Il rischio è di considerarli dei sognatori, ma le parole di Raz, 23 anni, israeliano di Matzkeret Batya, non distante da Tel Aviv, dimostrano il contrario. La sua è una lettura realistica della situazione: “La durata del conflitto ha reso le persone ciniche. Tante generazioni sono passate attraverso questa guerra, non vi è stata possibilità di sviluppare fiducia reciproca. Ora, qui, ho la possibilità di dialogare con giovani palestinesi cosa impossibile in Israele, visto che i palestinesi non possono entrarvi”. Ancora più chiara è Yahel, 23 anni studentessa israeliana di interior design. Viene da Ramat-Gan, periferia Est di Tel Aviv: “Ciò che leggo nei giornali sul conflitto non mi basta. Non voglio abituarmi alla guerra. Desidero conoscere il punto di vista dei miei coetanei palestinesi, ascoltare cosa pensano. Non rappresentiamo le posizioni dei nostri Governi ma noi stessi e le nostre visioni. Speriamo la pace per noi e per le nostre famiglie. Apertura, ascolto, dialogo, amicizia, fiducia, sono gli strumenti per superare i conflitti”. Una voglia di incontro e di dialogo che ha spinto Yahel ed altri suoi amici a costruire una “casa digitale” nella quale potessero ritrovarsi ragazzi ebrei e arabi, israeliani e palestinesi. Un modo per superare barriere di separazione e decenni di inimicizia.
Tornare a casa. Il difficile, però, deve ancora venire, riconosce Ibrahim: “La nostra esperienza non inizia a Rondine ma una volta tornati nei nostri Paesi. Qui io vivo in pace con i miei amici israeliani ma quando torno a Jenin cosa farò? Questa è la grande sfida”. “Non potremo più incontrarci – dicono in coro i ragazzi israeliani – non potremo andare a casa di Ibrahim e lui non potrà venire da noi. Il lavoro che ci aspetta è quello di raccontare che ci sono giovani palestinesi che cercano la pace come noi. Pensare insieme a progetti concreti”. Noemi, Ibrahim, Yahel, Raz, giovani che hanno rifiutato la guerra per farsi portatori di un messaggio di pace nel loro Paese, nella loro vita professionale e familiare, lavorando con perseveranza e non solo per il tempo di un’emozione. “Rondine – è il saluto di Gezim e di Sofia, studenti dai Balcani, altra zona di tensioni – è come un giardino ricco di fiori che ognuno di noi innaffia così che chi verrà dopo possa assaporarne il profumo. Innaffiare la pianta della pace tocca a tutti, nessuno escluso”.

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