Norvegia e la Croce in tv

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Norvegia CroceDi Alberto Campaleone

La notizia viene dalla Norvegia: una giornalista legge le notizie in tv, indossando una catenina con una piccola croce. All’emittente – così dice il responsabile – arrivano subito lettere di protesta da molti spettatori, soprattutto appartenenti alla comunità islamica locale. Sostengono che l’esibizione della catenina con la croce, offenda la loro sensibilità religiosa oltre a manifestare come la tv sia di parte. Risultato: la giornalista, Siv Kristin Saellmann, apprezzato e conosciuto volto della tv pubblica norvegese, è stata sollevata dall’incarico. “I giornalisti devono avere un aspetto neutro”, avrebbero spiegato i dirigenti della televisione, insistendo sul fatto che le direttive aziendali prevedono di non indossare mai simboli religiosi o di altro tipo che possano urtare la sensibilità di qualcuno. Quel simbolo, quella catenina – della quale i media precisano anche le dimensioni, quasi ci fosse un problema di “misure”: la croce è piccolissima, 1,4 centimetri – per i dirigenti tv “non garantisce l’imparzialità del canale”.
Verrebbe da sorridere se il fatto non fosse, in realtà, un indice di una grave deriva esistente in Europa relativamente alla libertà di espressione e, in particolare, per quanto riguarda i simboli religiosi. Il caso norvegese, infatti, non è isolato. Subito, ad esempio, è stato ricordato quanto accadde qualche anno fa a una hostess della British Airways sospesa dal lavoro per avere indossato una croce al collo ed essersi rifiutata di toglierla nonostante gli ordini in tal senso della compagnia di bandiera britannica. Dopo un lungo contenzioso, intervenne addirittura la Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo per ribadire che la donna aveva sofferto una discriminazione sul luogo di lavoro riguardante la sua fede religiosa. Il primo ministro britannico David Cameron si era detto soddisfatto: “È stato riaffermato e difeso il principio di poter indossare simboli religiosi sul luogo di lavoro. Nessuno dovrebbe essere discriminato per le sue credenze religiose”.
In realtà in Europa esistono legislazioni che vietano l’esposizione dei simboli religiosi nei luoghi pubblici e sul posto di lavoro e le discussioni in proposito sono sempre molto accese. Casi importanti hanno riguardato anche l’Italia, ad esempio per l’esposizione del crocifisso nelle scuole. Anche qui la Corte di Strasburgo ha dovuto fare quasi gli “straordinari”.
Tutto questo solleva un problema di fondo: come “governare” le diversità? E in particolare quelle religiose? Monsignor Aldo Giordano, osservatore permanente della Santa Sede al Consiglio d’Europa (recentemente nominato nunzio in Venezuela), in una recente intervista spiegava come “la questione della libertà religiosa in Europa è veramente una delle sfide più complesse e più urgenti” e sottolineava come si registri “un tentativo di marginalizzare la religione come un fattore senza importanza, estraneo alla società moderna o addirittura destabilizzante”, con tentativi di bandire dalla vita pubblica feste e simboli religiosi, in nome di una “neutralità” che finisce per essere reale minaccia alla libertà.
Non è questa la strada dell’inclusione e della convivenza, che si alimenta invece del rispetto e della comprensione reciproca, anche oltre la “semplice” tolleranza. Le diversità e le appartenenze, rispettose e in dialogo, sono una risorsa per l’Europa. Occorre vigilare perché siano tutelate.

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