In soli due minuti il tifone Hayan ha mietuto le vite

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FilippineDi Patrizia Caiffa

Il tifone Hayan – che nelle Filippine è chiamato Yolanda – è stato il più forte e devastante che abbia colpito l’arcipelago, in particolare le isole di Samar e Leyte (nel gruppo di grandi isole Visayas). Anche per gli esperti sembra sia stato uno tra i più violenti nella storia. Le cifre sono le più diverse: si parla di 10mila vittime, una intera città distrutta, Tacloban, 600mila sfollati, 23mila abitazioni distrutte. Le stime danno dai 2 ai 9,5 milioni di persone che hanno bisogno di aiuto.
L’esercito delle Filippine ha registrato sinora 942 morti e 275 dispersi, ma a tre giorni dal passaggio del tifone il conteggio è difficile perché molte zone restano completamente isolate: l’aeroporto di Tacloban ha parzialmente riaperto questa mattina, ma non c’è elettricità, cibo, acqua e le linee telefoniche non funzionano. In più sono iniziati episodi di sciacallaggio. Molti centri di evacuazione, tra cui scuole, chiese ed edifici governativi, non hanno resistito alla forza della perturbazione e all’innalzamento dell’acqua. Molte persone sono annegate o sono state trascinate via anche dai rifugi.
Papa Francesco
ha pregato ieri per le vittime durante l’Angelus, e oggi, tramite il Pontificio Consiglio Cor Unum, ha stabilito d’inviare un primo contributo di 150mila dollari per il soccorso alle popolazioni. La Cei ha stanziato 3 milioni di euro e Caritas italiana ha aperto una colletta e donato i primi 100mila euro. Padre Edwin Gariguez, segretario generale di Caritas Filippine-Nassa, racconta che migliaia di persone sono ospitate presso istituti, parrocchie e centri Caritas e altre 8mila persone riceveranno presto beni di prima necessità. Anche i vescovi filippini e l’arcivescovo di Manila, il cardinale Luis Antonio Tagle, hanno invitato alla preghiera e organizzato collette nelle chiese.
Al telefono da Manila padre Graziano Battistella, missionario scalabriniano, direttore dello Scalabrini migration center.

Da giorni si sapeva che, come ogni anno, un tifone sarebbe passato sulle Filippine. Il governo dice di aver evacuato 700mila persone. Perché non è stato sufficiente?
“Le autorità dicono che di fronte a certi eventi non si può mai essere preparati. È stato troppo forte. E poi non è stata un’evacuazione forzata. Se qualcuno voleva, poteva restare nelle proprie case. E poi nessuno si aspettava l’effetto ‘storm surge’, ossia l’anomalo innalzamento del mare, con masse d’acqua alte 4/5 metri portate all’interno del territorio dalla forza incredibile del tifone, quasi assimilabile ad uno tsunami. Certo, l’anno scorso il tifone Sandy a New York ha provocato effetti simili, ma lì le strutture sono migliori e il danno è stato inferiore. Bisogna anche considerare che la città più colpita, Tacoblan, si trova in un golfo ed è probabile che questo abbia causato l’effetto ‘storm surge’”.

Nelle Filippine non esistono le strutture in cemento armato dove evacuare le persone in caso di cicloni o tifoni?
“No, non ci sono. In queste situazioni la gente tende a convogliarsi in strutture pubbliche come chiese e scuole. Però anche quelle non sono così sicure. E poi la provincia di Samar orientale e Leyte sono notoriamente zone povere. Le vittime sono morte annegate all’improvviso, tutto è accaduto in due minuti”.

Come ha reagito la popolazione?
“L’attenzione dei media è ancora molto alta. Ciò che ora preoccupa moltissimo è il mantenimento dell’ordine pubblico. La città di Tacloban è completamente distrutta, la gente non ha cibo, acqua potabile. È iniziato lo sciacallaggio. Finché si tratta di cibo si può comprendere, ma vedere le persone uscire dai negozi con dei televisori… Il governo ha inviato i militari e piano piano le cose stanno tornando a una parvenza di normalità”.

Però gli aiuti umanitari restano ancora difficili…
“Il problema è che l’aeroporto è stato distrutto e solo oggi ha parzialmente riaperto. Gli aiuti devono arrivare negli aeroporti vicini o via mare, per questo le operazioni vanno a rilento. Bisogna pensare di provvedere tramite un sistema di elicotteri ma non è facile”.

Diecimila vittime è un numero enorme. È attendibile?
“Non so come fanno a dare questi numeri. Sono stime che qualcuno tira fuori e tutti ripetono. Non so che criteri utilizzino. Bisognerà aspettare alcuni giorni per essere sicuri. Speriamo siano molto meno”.

Come scalabriniani avete avuto delle vittime?
“Tre nostri confratelli non sono riusciti ancora ad avere notizie delle famiglie che vivono lì e sono molto preoccupati”.

Intanto la Chiesa filippina si è già mobilitata…
“Sì, sono già iniziate collette in tutte le chiese. Il problema è che un evento così grande ha bisogno di una direzione chiara da parte del governo. Ma qui non c’è una protezione civile addestrata e con esperienza. C’è da rifare da zero un’intera città. Oltre agli aiuti umanitari bisogna pensare a come ricostruire a lungo termine”.

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