J. F Kennedy 50 anni dopo

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KennedyDi Paolo Bustaffa
“Non chiedete solo cosa può fare il vostro Paese per voi, chiedete anche cosa potete fare voi per il vostro Paese”.
A cinquant’anni dalla morte di John Fitzgerald Kennedy, il 22 novembre 1963 a Dallas, questa sua frase, o provocazione, non è ancora da archiviare. Certamente non va ripresa per giustificare un calo di contenuti e di lungimiranza della politica ma va rilanciata per rimotivare la responsabilità alla quale ogni cittadino è chiamato nella costruzione del bene comune e, di conseguenza, nella ricostruzione della politica.
“I care”, io ho a cuore: l’impegno ripetuto spesso da Kennedy viene dal suo appello alla responsabilità personale che non a caso don Lorenzo Milani ha voluto porre a fondamento di quel cantiere educativo quale è stata la scuola di Barbiana.
Non uno slogan o una parola d’ordine ma un percorso umano, culturale e spirituale guidato da una coscienza libera da ideologie e tradotto in risposte concrete alle domande di felicità e di futuro che ogni uomo porta sempre dentro di sé.
In quest’ottica si inserisce la frase ripresa dal discorso che nel 1963 Kennedy pronunciò davanti al muro di Berlino: “Duemila anni fa, il più grande orgoglio era dire ‘civis Romanus sum’. Oggi, nel mondo libero, il più grande orgoglio è dire ‘Ich bin ein Berliner’, ‘Io sono un berlinese’. Una frase per dire che la sofferenza di un popolo è la sofferenza di tutti i popoli e che l’anelito alla libertà di un Paese è l’anelito alla liberta di tutti i Paesi.
Preoccuparsi degli altri, vicini o lontani che siano, è il segno più forte ed evidente dell’essere cittadini di una città e insieme cittadini del mondo.
Sono questi alcuni segni della “nuova frontiera”, dell’orizzonte di pace e di giustizia che il presidente Usa aveva indicato al suo Paese e al mondo intero. Purtroppo, alcune ombre l’avevano oscurato: tra queste la guerra in Vietnam dal 1960 al 1975 e, nel 1961, lo scontro armato con Cuba nonostante la risoluta contrarietà dell’europeo e tedesco Konrad Adenauer. Era il tempo della guerra fredda, Giovanni XXIII levava la sua voce per la pace e si accingeva a scrivere l’enciclica “Pacem in terris” pubblicata l’11 aprile 1963.
Cosa è rimasto di quella nuova frontiera, a cinquant’anni dall’assassinio del 35° presidente Usa?
La storia è già a buon punto nella risposta ma la memoria chiede un supplemento di riflessione e di discernimento per cogliere scorci d’attualità in quell’intuizione kennedyana.
Cosa è rimasto di quella nuova frontiera disegnata da un uomo i cui i limiti ed errori, anche personali, non sono da nascondere ma neppure dovrebbero essere utilizzati per tarpare le ali a pensieri e scelte che furono condivise da almeno una generazione?
Occorre dunque rileggere con rigore la storia di un uomo che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del mondo per cogliere le ragioni che possono ancora incoraggiare e sostanziare una cultura politica al servizio della pace, della giustizia e della libertà.
È un’opera di discernimento che a distanza di cinquanta anni può dare il via anche a un confronto sull’affermazione di Kennedy “Non sono un politico cattolico ma sono un cattolico in politica” ricordata dal cardinale Gianfranco Ravasi e riportata in questi giorni su un quotidiano nazionale.
Il cinquantesimo dell’uccisione del presidente Usa è già occasione di diversi commenti sulla sua vita pubblica e su quella privata. È naturale che questo avvenga ma è auspicabile che tra le luci e le ombre la memoria compia un discernimento rigoroso per non disperdere idee e ideali

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