Il gioco non è scommessa

Share on FacebookTweet about this on TwitterShare on Google+Print this page
slot
Di Andrea Casavecchia
Le slot-machine sono diffuse su tutto il territorio nazionale e si trasformano in una ricca fonte di guadagno per le casse dello Stato. Soltanto lo scorso anno questi “apparecchi di intrattenimento” hanno procurato alle finanze del nostro Paese circa 48,7 miliardi di euro: tanto hanno perso gli italiani che si sono “intrattenuti”. In dieci anni le scommesse sono decuplicate.
Bene: lo Stato guadagna, mentre l’italiano si diverte.
Non proprio: un’inchiesta di Raffaele Mastrolonardo e Alessio Cimarelli – “Slot invaders” – ha rilevato l’esistenza di una correlazione tra la numerosità dei “mini casinò” presenti in un Comune e quella della diffusione di ludopatia e dell’impoverimento della popolazione giovanile. In altre parole all’aumentare del numero dei mini-casinò su un territorio corrisponde l’aumento di povertà e di malattie. Così mentre a livello nazionale si contano le entrate, provenienti dalle scommesse, a livello territoriale, in particolare comunale, si contano i costi economici e sociali.
Soprattutto pagano le persone, quelle delle fasce più popolari, che sono le più esposte agli effetti della crisi economica, perché all’interno delle loro zone di residenza è maggiore la presenza delle slot.
Allora: le slot diventano una tassa sui poveri. Il bilancio dello Stato ci guadagna, mentre i cittadini e i municipi ci perdono.
Certo ora stanno aumentando le misure di prevenzione che avvisano sui pericoli del gioco; alcune Regioni, come la Lombardia, iniziano a produrre una legislazione per disincentivare la diffusione di questi apparecchi d’intrattenimento; alcune realtà della società civile promuovono azioni per sostenere e pubblicizzare i locali che tolgono le macchinette dai loro negozi, come la campagna “slotmob”.
Però c’è bisogno di un’operazione culturale, che parta anche dall’uso e abuso di un linguaggio. Il gioco non è una scommessa. La scommessa, quando diventa azzardo, è un’azione irrazionale con la quale l’uomo sfida l’incertezza dell’ignoto. La scommessa è appagante soltanto quando si vince, altrimenti si limita a stimolare la produzione di adrenalina dovuta al rischio. Per questo, poi, crea dipendenza.
Il gioco è un’altra cosa. Il gioco è un’attività umana dove le persone imparano la socialità, sperimentano la creatività, si divertono nella collaborazione, conoscono la sconfitta e la vittoria. A partire dall’infanzia fino all’età matura, il gioco crea l’amicizia.
Il gioco è talmente importante che è riconosciuto come uno dei diritti dell’infanzia, alcuni studiosi, come la filosofa Marta Nussbaum, lo considerano una delle capacità centrali dell’uomo e della donna: ovvero un ingrediente essenziale al raggiungimento dello sviluppo integrale della persona.
Ecco, non bisogna confondere gioco e scommessa. Iniziamo a ripulire il nostro linguaggio: quando scommetto non gioco.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *