Aiuti ai profughi siriani la Caritas Turchia fa i salti mortali, ma…

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Caritas Turca
Di Daniele Rocchi
Due mani che si allungano, una vuota tesa a chiedere, l’altra, quasi altrettanto vuota, a dare. È un incontro tra poveri quello tra i profughi siriani e la Caritas Turchia. Ma ricco di senso e di significato. Non è facile, infatti, accogliere migliaia di rifugiati, privi di tutto, quando non si hanno fondi propri e strutture adeguate e, per questo, si deve fare affidamento alla generosità di Chiese sorelle di altri Paesi e d’Istituzioni internazionali. Attualmente, secondo alcune statistiche, la Turchia ospita circa 700mila siriani. Di questi, solo 400mila sarebbero quelli registrati presso l’Acnur, l’agenzia Onu per i rifugiati, e attualmente accolti nei 20 campi profughi amministrati dall’Agenzia governativa per la gestione dei disastri e delle emergenze (Afad). Tutti hanno bisogno di assistenza, con gravi problemi economici da fronteggiare dal momento che, non potendo avere regolare permesso di lavoro, sono spesso costretti ad accettare impieghi, in modo particolare nel settore agricolo o edile, per una paga giornaliera che non supera le 15-20 lire turche (l’equivalente di 6-8 euro), molto poco per mantenere la propria famiglia.
In prima linea. “Sin dai primi arrivi dei profughi siriani alle frontiere tra Turchia e Siria, tra loro molte donne e bambini, Caritas Turchia – spiega al Sir il suo direttore Rinaldo Marmara – si è subito attivata per mettere a disposizione aiuti materiali e psicologici nei campi di accoglienza situati nella provincia di Hatay. Kit sanitari, giochi, cibo e indumenti le prime urgenti necessità. Purtroppo, l’aggravamento della crisi e l’aumento della violenza ha reso l’accoglienza sempre più difficile. Oggi ad Hatay la situazione è pericolosa e non riusciamo a dare assistenza a tutti coloro che arrivano. In loco abbiamo dieci operatori che si stanno prodigando come possono”. L’attività della Caritas non si ferma solo ai campi ma si estende anche a quei rifugiati che si spingono sino ad Istanbul. “Sono sempre di più – dice Marmara – coloro che lasciano i campi profughi allestiti per raggiungere grandi centri come Istanbul, appunto. Tante sono famiglie cristiane, in possesso di una lettera di presentazione del loro vescovo o del parroco. Così facendo sperano di avere maggiori possibilità di rifarsi una vita, ottenere un lavoro o trovare una casa”. Ma spesso la realtà è diversa, molto più dura.
Una Caritas che vive di aiuti. “In Caritas, purtroppo, non abbiamo fondi per aiutare queste famiglie bisognose di tutto, innanzitutto di alloggio. Cerchiamo di sistemarle provvisoriamente in qualche albergo, fornire loro cure, istruzione, e se possibile trovare qualche lavoro”. Reperire fondi in loco non è possibile. Il direttore della Caritas è chiaro: “in Turchia la Chiesa cattolica non ha personalità giuridica e la Caritas, che è un suo organismo, può agire solo grazie a fondi dall’estero. Non abbiamo possibilità di ricevere finanziamenti dall’interno”. “Facciamo quel che possiamo con gli aiuti che ci arrivano e che sono sempre di meno. La crisi si fa sentire”, aggiunge allargando le braccia. “Si potrebbe fare di più se solo ci fosse maggiore coordinamento tra le Caritas Siria, Turchia, Giordania, Libano. Eviteremmo sovrapposizioni e riusciremmo, con una migliore ottimizzazione delle poche risorse, a raggiungere più persone”. Un’azione concertata, afferma, servirebbe, inoltre, a evitare che “le famiglie diventino preda di sfruttatori che si fanno pagare per facilitare l’espatrio in Paesi come la Grecia. So di una famiglia che ha pagato 50mila euro per emigrare in Grecia, ma una volta arrivata è stata rispedita indietro”.
 
Importanti sinergie. A tutt’oggi l’azione di Caritas Turchia si avvale del supporto di altre Caritas, come quella italiana, per esempio. Sinergie che hanno permesso di elaborare progetti di assistenza per circa 15mila profughi con generi di prima necessità (alimentari, coperte, vestiario, carbone) e cure mediche (visite specialistiche, medicinali) un servizio di “counselling” e di orientamento sociale, volto a diffondere informazioni relative allo status giuridico e ai diritti dei profughi. I progetti prevedono anche sostegni speciali a famiglie in condizioni di particolare vulnerabilità (mamme sole con bambini, famiglie numerose o con disabili, anziani…). Il tentativo è anche quello d’integrare la popolazione ospitante con quella ospitata. Un’azione che chiede tempo e grande buona volontà. Il grande afflusso di profughi dalla Siria alimenta, infatti, paura e diffidenza nei turchi. Dal canto loro i siriani non hanno particolare interesse ad avvicinarsi alla realtà turca avendo come sola speranza quella di fare ritorno in Siria non appena la situazione lo permetterà.

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