Essere Chiesa Così aiutiamo l’Europa triste e distratta

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Monsignor DuarteDi Maria Chiara Biagioni
Da cinque anni è al servizio della collegialità e della comunione tra tutte le Chiese del continente europeo. Monsignor Duarte da Cunha è stato votato all’unanimità dai vescovi del Consiglio delle Conferenze episcopali europee alla carica di segretario generale dell’organismo ecclesiale per altri cinque anni e cioè fino al 2018. Classe 1968, Da Cunha è un sacerdote del Patriarcato di Lisbona. È stato ordinato nel 1993; ha svolto studi teologici nel suo Paese e a Roma. Lo abbiamo incontrato a Bratislava, in Slovacchia, subito dopo la sua riconferma da parte dei presidenti delle Conferenze episcopali d’Europa.
Quando ha saputo della conferma ha provato un sentimento di gioia o un peso?
“Gioia, sicuramente. Gioia perché è un segno di riconoscimento positivo di quello che con la presidenza e l’aiuto di tutti i membri del segretariato è stato fatto in questi cinque anni. Nello stesso tempo c’è un senso di responsabilità accresciuta. La comunione tra i vescovi è nel cuore della nuova evangelizzazione e quindi poter in un certo senso essere strumento di Dio nella Chiesa per questa finalità è una grande responsabilità”.
Cinque anni nel cuore dell’Europa. Che idea si è fatto del continente?
“L’impressione che ho è che l’Europa è una realtà sempre più complessa. Da una parte, vedo l’emergere di una grande depressione: è un continente che rischia di vivere sempre più radicato nell’istante, che non pensa più al futuro, che non guarda a quello che va oltre il presente, e quindi è un continente che non riesce più credere in Dio. C’è una specie di tristezza e di distrazione. Distrazione perché ci sono tanti stimoli. Tristezza perché questi stimoli non riescono a dare gioia vera agli uomini e alle donne che abitano nei nostri Paesi. C’è poi un segno molto generalizzato di sfiducia verso i nostri responsabili politici. Non so dire se sia una sfiducia giustificata o ingiustificata. Sta di fatto che questa perdita progressiva di fiducia verso le nostre classi politiche è un sentimento generalizzato. Si ha l’impressione che le persone ormai non pensino più che la politica possa fare qualcosa per loro. Manca una visione, un ideale grande, una prospettiva. Del resto, se perdi la fede, perdi anche i grandi ideali e se perdi gli ideali, non sei più capace di attirare il cuore delle persone”.
 
Questo l’aspetto negativo. Il positivo?
“C’è un continente ricco di vitalità. Anche la Chiesa in questo continente è una Chiesa viva. Noi andiamo in giro dall’Est e all’Ovest, e questa vitalità la verifichiamo sempre. Nell’Europa occidentale, per esempio, vediamo tanti gruppi di giovani e di famiglie che rinascono, vescovi e sacerdoti impegnati fortemente nelle nuove generazioni, pellegrinaggi, incontri di formazione e di preghiera. C’è un livello di esigenza spirituale molto alta e anche se numericamente poco visibile, molto seria, molto profonda. Nell’est dell’Europa c’è una Chiesa viva, magari meno organizzata ma più spirituale”.
Quale il ruolo che viene richiesto oggi alle Chiese?
“La principale missione è essere Chiesa, e quindi popolo che adora Dio, che vive la comunione, e che si apre nella carità verso tutti. E questo essere Chiesa radicata nella fede, nella comunione e nella carità è il grande dono che possiamo dare a tutto il continente. Non è la Chiesa a dover risolvere tecnicamente i problemi economici e politici dell’Europa ma l’essere Chiesa è il contributo più forte che possiamo dare. Essere lievito, sale e luce della terra”.
 
Papa Francesco cosa può dare alle Chiese europee?
“L’entusiasmo di uscire e andare incontro delle periferie esistenziali, che vuol dire che se abbiamo un tesoro, è per darlo agli altri. Penso poi che il segno del Papa comincia a essere vivibile nel popolo, tra il clero. È una specie di provocazione allo stile dell’essere Chiesa in Europa, uno stile che giunge dall’America del Sud e che risente anche sicuramente del carisma personale di Papa Francesco. C’è qualcosa in lui che ci sorprende e ci provoca: il suo senso di giovialità, di entusiasmo, di tranquillità interiore, per cui non ha paura di dire le cose che deve dire e di dirle con rispetto. Secondo me, il Papa è già un segno di cambiamento nello stile di essere Chiesa in Europa. Ma vorrei anche sottolineare la continuità: con diversità di stili c’è una profonda continuità che conduce la Chiesa in questi anni, da Giovanni Paolo II a Benedetto XVI a Francesco”.

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