Ma lo ius soli è il principio più realistico

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immigrazioneIlaria Nava
“Vanno studiate le diverse soluzioni, ma lo ius soli mi sembra il principio più realistico”. In un giorno in cui Governo e Parlamento discutono dell’abolizione del reato di clandestinità, il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano, parla del diritto di cittadinanza e lo fa di fronte a una platea di ragazzi.
L’occasione è l’incontro dal titolo “La responsabilità delle nuove generazioni verso una società plurale” con gli studenti del Collegio San Carlo di Milano, aprendo il ciclo di incontri in preparazione dell’Expo “L’importanza di accogliere il mondo”.
Il card. Scola ha ricordato che il suo intervento è frutto delle riflessioni elaborate con la Fondazione Oasis, dedicata al dialogo interculturale e interreligioso, e dall’ultimo libro “Non dimentichiamoci di Dio”. Sull’immigrazione ha chiarito: “Sono un vescovo e non un tecnico della politica o dell’economia, quindi non posso rappresentare tutte le riposte che la Chiesa è in grado di dare attraverso le diverse fisionomie di fedeli, laici e sacerdoti.
Il campo su cui mi muovo è quello che richiama all’ esperienza comune di ogni uomo e che quindi cerca di suggerire criteri che permettono all’uomo di essere veramente uomo, come diceva Giovanni Paolo II”.
Giovani e libertà. Per il cardinale, “vi è la necessità che le politiche migratorie trovino delle piste innovatrici, non puramente difensive. Ciò che è puramente difensivo nella storia non regge”. In particolare, sullo ius soli ha specificato che “bisogna pensare creativamente al diritto di cittadinanza” perché “quel che abbiamo tra le mani è inadeguato, lo ius soli non si può decidere dall’oggi al domani, va regolato, ma mi sembra il principio più realistico. Dobbiamo mettere al primo posto la dignità delle persone che arrivano ai nostri confine e abbracciare accogliendo, perché questo è un compito a cui la Chiesa non può sottrarsi”. Molto vari i temi toccati nell’incontro con i ragazzi, a cui il card. Scola ha ripetuto l’invito già rivolto ai giovani alla veglia per la Gmg a Caravaggio: “Per essere davvero il futuro, dovete essere il presente”. I giovani “devono prendersi in mano adesso, anche con l’aiuto di adulti che facciano fiorire la loro libertà”. Infatti “fino alla caduta delle utopie, le parole dominanti erano verità e ragione. Oggi sono libertà e felicità”. Il cardinale fa notare che queste sono proprio le categorie di Gesù: “Con il giovane ricco, Gesù non aggiunge altri precetti ma lo invita a cambiare la natura dei suoi rapporti e gli chiede se vuole essere felice. Il cuore della proposta esistenziale di Gesù intercetta perfettamente le domande dei giovani”. Ma allora “cosa manca? – chiede alla platea – Mancano i testimoni: siamo bravi a parlare dei valori, ma quello che serve è farne insieme l’esperienza”. E proprio sulla testimonianza, ha sottolineato che essa non si riduce al buon esempio ma consiste nel “documentare dentro ogni ambito dell’umana esistenza che seguire Gesù vuol dire vivere le dimensioni del lavoro, degli affetti e del risposo, a cui nessun uomo è estraneo, in una pienezza di umanità che ognuno di noi comunica”.
Una freccia verso l’alto. L’arcivescovo vuole condividere con i ragazzi la riflessione suggeritagli dall’osservazione della torre Unicredit, che con i suoi 231 metri di altezza svetta sulla città, e dal ricordo del Shard of glass (la scheggia) di Londra: “Le schegge della storia sono esplose ma manca il principio di sintesi. Milano possiede ancora tante forze, il cattolicesimo popolare a Milano è vivo. Certo, so benissimo che il cristianesimo non è più culturalmente maggioritario, ma sociologicamente sì. Inghilterra, Francia e Germania non vivono la stessa situazione, ma da noi c’è ancora una presenza massiccia a messa la domenica, e questo è un segno. In alcuni casi è una presenza più per convenzione che per convinzione, ma ci si può lavorare” quindi “ho visto nel grattacielo della nostra città una freccia che punta verso l’alto, non una scheggia impazzita”. Lorenzo ed Egon, della terza liceo intercultura, chiedono, di fronte a tragedie come quelle di Lampedusa, cosa fare per sensibilizzare le istituzioni all’accoglienza: “La via per farlo comincia da te, da voi. Se di fronte allo sgomento di Lampedusa non cambia qualcosa in noi, restiamo spettatori e non mettiamo in moto la catena del cambiamento” e questo “è possibile se riesco a vedere in qualunque circostanza il dito di Dio che punta su di me e che mi invita a farmi coinvolgere” perché “se non mi nascondo dietro il ragionamento e le idee ma mi apro alla relazione con gli altri soggetti personali e comunitari, potrò dare davvero il mio contributo”.

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