“Urgente e difficile è la riforma di noi stessi”

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CardinaleMaria Chiara Biagioni
Riforma della Curia romana, collegialità ma soprattutto un movimento di cambiamento nella Chiesa che parte da “una riforma di noi stessi” ed è proprio questo il punto “più urgente e più difficile”. Da pochi giorni a Roma si è concluso il Consiglio degli otto cardinali, istituito il 30 settembre, per aiutare il Papa a mettere in atto la riforma della Chiesa, e il cuore e la mente del cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e presidente dei vescovi austriaci, sono puntati lì. Quando durante una lunga chiacchierata con i giornalisti, a margine di un incontro a Bratislava, gli si chiede, cosa si attende da questo lungo ma ormai avviato processo di cambiamento, il cardinale aguzza gli occhi come se non aspettasse altro e comincia a dettare tutto d’un fiato la “sua” riforma, divisa in tre punti.
La Curia romana. Nessuno si aspetta ricette subito. Sarà un processo lungo ma – come ha detto padre Federico Lombardi – non saranno “ritocchi o modifiche marginali”. Che cosa si attende l’arcivescovo di Vienna da questo movimento di riforma della Chiesa? “Tre aspetti. Il primo – comincia a dettare il cardinale Schönborn – è funzionale e riguarda la Curia. Le Curie anche quelle diocesane sono organizzazioni e come tali devono funzionare. Possono funzionare più o meno bene. Nella Curia romana, ci sono disfunzioni importanti ma che sono conosciute. Per esempio, manca la comunicazione orizzontale e tanti lo hanno fatto notare. È un aspetto da riformare seriamente. C’è poi un’addizione di enti che sono troppo numerosi. A questo proposito, non si vede perché i dicasteri debbano per forza essere sotto la direzione di un cardinale. Non è necessario. Ci sono dicasteri che esigono profili professionali specifici e che possono essere guidati da personalità che presentano queste qualità”. Il cardinale parla anche della necessità di una maggiore “internazionalizzazione della Curia” e affronta poi “l’aspetto del controllo finanziario: non esisteva – dice – finché Papa Benedetto ha creato un’istanza di controllo delle finanze. Noi, in diocesi, abbiamo un ente che controlla le finanze delle parrocchie e delle associazioni e ogni anno c’è la revisione del bilancio di queste istituzioni. Questo mancava in Vaticano ed era grave. Sono aspetti pratici da riformare”.
La collegialità. C’è da parte del cardinale non solo un profondo rispetto per la Curia romana. Ma – dice – anche “gratitudine”. “Per niente al mondo – spiega – vorrei una Chiesa nazionale. Dio ci protegga da una Chiesa nazionale. Siamo Chiesa cattolica con un centro di unità, con il Papa, vescovo di Roma, centro dell’unità e al servizio dell’unità. Centro, dunque, di unità in uno stile fraterno”. È la chiave della fraternità ad aprire il discorso dell’arcivescovo sulla collegialità all’interno della Chiesa. “Il secondo punto – prosegue infatti il cardinale – è l’aspetto della collegialità episcopale e il rapporto tra la Curia e le Chiese locali”. Non c’è nessuna rottura con il passato, anzi esiste una sostanziale continuità. “Già Benedetto XVI – ricorda il cardinale Schönborn – aveva in vista questo aspetto della collegialità e prima di lui Giovanni Paolo II, con i suoi viaggi, ha sempre insistito molto sul rapporto tra la Chiesa locale e la Curia romana. Ma c’è a livello della collegialità molto da rivedere”. L’arcivescovo racconta la sua esperienza personale di rapporto con i sacerdoti della sua diocesi vissuto – dice – “da pastore a pastore”, “con tutta semplicità”, “con la massima disponibilità”. “Ciò che noi desideriamo – alla fine commenta – è che sia un rapporto fraterno perché siamo tutti fratelli”.
La riforma più urgente e difficile. E il terzo punto? “Il terzo punto – prosegue Schönborn – è il punto più profondo. È la riforma di noi stessi. L’esempio che ci dà Papa Francesco, con la sua vita di preghiera, con la sua umiltà, con la sua semplicità è una chiamata alla propria conversione. È questa la mia riforma, la più urgente e la più difficile”.

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