Minori sfruttati

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bambiniSi chiama “Baobeihuijia“ e si traduce “Tesoro, torna a casa”. È un sistema di siti dove i genitori cinesi raccolgono informazioni, immettono fotografie e la storia dei loro figli, di cui non hanno più notizia, cercano aiuto e dove anche gli adulti si mettono alla ricerca della loro famiglia originaria, di cui non hanno più notizia. I bambini, in Cina, vengono rapiti a migliaia. Secondo il governo cinese il fenomeno riguarda 10mila casi l’anno, mentre il Dipartimento di Stato americano indica un numero almeno doppio e le associazioni umanitarie parlano di 70mila casi, fino ad arrivare al dato diffuso da un rapporto di “China National Radio”, in base al quale il numero sarebbe gigantesco: 200mila. Qualunque sia questo numero, il dato certo è che solo lo 0,1% viene ritrovato e liberato, nonostante l’impegno delle autorità nelle ricerche: nel 2011, sono stati salvati 13mila bambini e 23mila donne; nel 2012, le persone salvate sarebbero state 24mila, in base ai dati ufficiali. Le attività di ricerca non sono semplici, specie se trascorrono le prime 24 ore e questo accade quando al momento della denuncia non ci sono prove lampanti che si tratti di una sparizione. Bastano quelle 24 ore, per far sparire per sempre un bambino.
Un grande business per i trafficanti. In un’operazione dei giorni scorsi, sviluppata in undici province e durata sei mesi, la polizia ha liberato 92 bambini rapiti da una rete di trafficanti di esseri umani. Gli agenti hanno salvato anche due donne e arrestato 301 persone coinvolte nel racket. Secondo le autorità, i trafficanti sequestravano i piccoli – che da quanto si è appreso, sarebbero stati venduti a 40mila yuan (circa 4mila euro) l’uno – nelle province sud-occidentali dello Yunnan e del Sichuan, per venderli in altre regioni. Gli organizzatori dei rapimenti erano vietnamiti, che si avvalevano della collaborazione di cittadini cinesi. I bambini, come accade per la maggior parte dei bambini scomparsi, sarebbero stati rivenduti – in questo caso a famiglie di Shangwei e Jieyang, città costiere della provincia del Guangdong – o messi a lavorare nelle fabbriche o indotti alla prostituzione o a essere usati per chiedere l’elemosina per strada.
Le cause di questo fenomeno. I bambini non sono sequestrati al fine di procurarsi del denaro per il riscatto. Sulle sparizioni, incide, in maniera determinante, la politica del figlio unico e la tradizionale avversione cinese per la figlia femmina. Il mercato dei trafficanti di esseri umani e di organi, si è alimentato grazie alle leggi del regime e in particolare a quella legge sulla cosiddetta pianificazione familiare che per decenni, oltre a distruggere il sistema familiare del Paese, imperniato sulle famiglie numerose, ha imposto di avere un solo figlio. Sono le bambine, in grande numero, ad essere abbandonate dai genitori e ad essere vendute, soprattutto a coloro che in Cina vengono chiamati “guang gun-er”, “rami secchi”, cioè maschi ancora non sposati. Spesso, le famiglie rurali decidono loro stesse di liberarsi delle figlie femmine e a cederle ai trafficanti, che si sono organizzati scientificamente nel Paese: c’è chi compie i rapimenti o gestisce le trattative con le famiglie, chi organizza i viaggi delle persone rapite, chi si occupa della vendita all’utilizzatore finale. Un grande e terribile affare, che si consuma attraverso numerose connivenze e complicità.

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