Lampedusa e Vajont Le scuse dello Stato

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GrassoUno sguardo si abbassa, evidentemente imbarazzato, lungo i viali di un cimitero fra le montagne del Veneto. Un ginocchio si piega, e una mano si allunga verso una piccola bara bianca, sull’isola più meridionale della Sicilia. Ai due estremi geografici dell’Italia, quasi in contemporanea, il 9 ottobre 2013, dai vertici dello Stato arrivano parole di scusa. Il presidente del Senato, Pietro Grasso, ricorda i quasi duemila morti del Vajont: “Sono qui – dice – in questa terra ferita, per inchinarmi di fronte alle vittime e ai sopravvissuti. Sono qui per portare le scuse dello Stato”. Ugualmente il presidente del Consiglio, Enrico Letta, rende omaggio alle salme degli oltre trecento annegati, “stranieri” questa volta, nelle acque del Mediterraneo: “Faccio pubblicamente le mie scuse per le mancanze che il governo e le istituzioni hanno mostrato in questa vicenda”.
Da che mondo è mondo, chiedere scusa non riporta in vita i morti, non ricostruisce case, scuole o chiese, non fa tornare in navigazione un relitto affondato. Eppure costituisce un passo fondamentale, irrinunciabile: riconoscere gli errori per non commetterne altri. Del resto “non si può soltanto piangere”, ammoniva Tina Merlin, la coraggiosa, giovane, inascoltata giornalista che per prima aveva messo in guardia dai pericoli derivanti dalla costruzione della diga del Vajont.
Le lacrime e la richiesta di perdono dello Stato uniscono la storia e il presente, il Vajont di ieri e il Mediterraneo di oggi. “Non permetteremo che tutto ciò possa accadere di nuovo”, afferma Grasso in una Longarone ricostruita e prospera, nonostante la ferita aperta di quel 9 ottobre 1963. Lo stesso intento muove, pur nella complessità dei fenomeni migratori del terzo millennio, il premier Letta: stop ai naufragi, costruire una vera solidarietà europea per accogliere chi cerca una vita dignitosa nel Vecchio continente; e avanti con la cooperazione internazionale per elevare gli standard di vita e promuovere i diritti in Africa, così da permettere agli africani di vivere in pace nella loro terra.
Indietro non si torna, eppure una Nazione che fa i conti coi propri errori è una Nazione che già guarda al futuro. Piangere non basta, ma smuove le coscienze, risveglia le responsabilità individuali e sociali e apre potenzialmente la strada al cambiamento. E l’Italia e l’Europa hanno bisogno di cambiare per costruire un altro domani.

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