Profughi Siriani

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campi SiriaDi Patrizia Caiffa

SIRIA – Da lontano la distesa di tende giallastre impolverate e container di lamiera zincata bianca sembra lunga chilometri. Tutto intorno il solito muro bianco con filo spinato. Deserto giordano sassoso e inospitale, solo i serpenti e gli scorpioni qui sono a loro agio. Gli ulivi sono tutti secchi, la polvere si solleva sul caldo estremo dell’estate e sul freddo gelido dell’inverno. Poche costruzioni gialle in mattoni, tanti sassi, caos di automobili e camion, bambini che trasportano carriole cariche di coperte e materassi o che fanno piccolo commercio. Siamo a 10 km dalla città giordana di Mafraq, a 15 km dal confine con la Siria. Una bandiera giordana svetta all’ingresso del campo di Zaatari, un cartello in arabo ne indica il nome. A sinistra un carro armato grigio dell’esercito giordano e qualche militare annoiato. C’è un grande via vai nei viali che conducono alle tende e ai container. Non potrebbe essere altrimenti: qui vivono, dal luglio 2012, circa 132mila profughi siriani, in alcuni momenti hanno raggiunto il picco di 190mila ma molti sono scappati dal campo, perché le condizioni di vita secondo molti sono “impossibili”; molti altri hanno fatto ritorno in Siria. Ma l’afflusso non manca, anzi rischia di aumentare ulteriormente, visto che circa 70mila siriani sono bloccati al di là della frontiera. Ogni giorno ne arrivano dai 500 ai 2.000, la maggior parte dalla vicina città di Daraa, a 40 km, dove sono cominciate le rivolte. Arrivano a piedi nella notte sotto il tiro dei cecchini governativi, a volte scortati dall’esercito libero siriano, con i soli abiti che indossano, soprattutto dal sud della Siria ma anche da Homs, Damasco, Aleppo. E Zaatari è diventata, in poco tempo, una triste città di profughi. Il 60% sono bambini e il resto donne sole, vedove o con i mariti in guerra, con una media di quattro o cinque figli. Qui ogni giorno nascono 18 bambini.

Gli “Champs elysées”. Camminando nel viale centrale chiamato, con l’ironia del paradosso, gli “Champs elysées” – dove si è instaurata una microeconomia grazie ai procacciamenti, ai traffici dei giordani e al malaffare locale subito ricreato in loco -, sembra di stare in una qualsiasi, animata, baraccopoli povera del mondo. I pochi uomini abili al commercio vendono di tutto: verdure e scatolame, jeans, polli, saponi, caramelle e dolci, c’è perfino un banco con il kebab. Per il resto le tante organizzazioni umanitarie presenti distribuiscono beni alimentari, coperte, materassi e curano l’assistenza sanitaria. Caritas Giordania ha scelto di non stare nel campo perché la maggior parte dei siriani arrivati dall’inizio del conflitto – sono 570mila in Giordania (è il secondo Paese che accoglie più profughi dopo il Libano) -, vivono sparsi sul territorio in case in affitto o sistemazioni di fortuna. “La Chiesa cattolica può quindi sfruttare le sue parrocchie e i suoi centri per assisterli meglio”, spiega Paola Pazienti, abruzzese, da tre anni in Giordania, lavora con la Caritas locale intervistando centinaia di famiglie, parlando un arabo perfetto. C’è anche un ospedale da campo italo-giordano, che accoglie ogni giorno 400 pazienti e cura i malati cronici (diabete, ipertensione, ecc.). L’ufficiale militare medico giordano ci fa visitare la struttura sgranando un rosario musulmano, insieme a una sorridente e giovanissima dottoressa con il velo e una pancia di 7 mesi. Gli uffici dell’Unhcr, l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, provvede alla registrazione (la maggior parte non ha documenti), anche se la Giordania non è tra gli Stati firmatari della Convenzione di Ginevra per il riconoscimento dello status di profugo.

Matrimoni precoci e rivolte. Ogni tanto il campo viene chiuso alle poche visite esterne: sono frequenti le rivolte, soprattutto quando si sa di un attacco governativo in una qualche zona della Siria. La maggior parte dei profughi sono infatti legati in qualche modo all’esercito libero siriano. Quando alle donne si chiede perché sono sole rispondono con una sorprendente serenità che il marito è un “martire”. Poi ci sono problemi di sicurezza interna: i pochi padri sono terrorizzati per i rischi che corrono le figlie adolescenti. Per questo molti fuggono dal campo, dal quale non si esce se non con la garanzia di un giordano o un permesso di 5/7 giorni. Pochi giorni fa è stato scoperto un bordello clandestino gestito dagli stessi siriani. E sempre più diffuso è il fenomeno dei matrimoni precoci, tra siriani o vendendo le figlie a ricchi stranieri del Golfo per 500 dinari (poco più di 500 euro).

Nella casa di zinco. Entro nella casa di Qasim, 23 anni, più preziosa delle altre perché ha potuto comprarsi la lamiera di zinco e rivestirla all’interno di lenzuola e coperte colorate. A terra c’è perfino una sorta di moquette color prato, ci si siede sui materassi di gommapiuma. Qasim fuma tranquillamente il narghilé e l’odore di tabacco fruttato impregna di buono le storie drammatiche che racconta. Ma non vuole parlare di politica, come gran parte dei profughi. È fuggito da Damasco con la moglie dopo il bombardamento della casa, la famiglia è rimasta lì. Sono musulmani ma vivono nell’area cristiana, più protetta. Un giorno maledetto l’esercito ha trovato per caso alcuni ribelli nel suo negozio di frutta e verdura. “Sono stato tre volte in prigione – dice con una naturalezza sconvolgente -, una volta 45 giorni, poi un mese e altri tre mesi. Sono stato picchiato e torturato con scosse elettriche”. Cosa pensavi quando ti torturavano, come hai fatto a resistere, gli chiedo. “Dio mi dava la forza”. A Zaatari ha riaperto e richiuso un piccolo negozio di dolciumi, ora tenterà di nuovo con un amico. Ma il suo sogno, come tutti gli abitanti del campo, è tornare in Siria.

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