Se il laico fatica a fare (auto)critica

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ScalfariDi Marco Testi
Uno dei grandi eventi del pontificato di Papa Francesco è stato quello dell’apertura di credito dal e al fronte laico: è dei giorni scorsi il dialogo con il fondatore di “Repubblica”, Eugenio Scalfari. Questi fatti hanno colpito per un motivo: la lettera del Papa rappresenta un elemento di discontinuità con alcune realtà ideologiche e pragmatiche all’interno della Chiesa, come lo stesso Scalfari ammette. In poche parole, Francesco rende tangibile un’apertura al mondo, ma senza condizionamenti di linguaggio, superando schemi oramai vecchi. Scalfari, che mostra un’evidente commozione di fronte a un fatto di portata storica, risponde in modo molto sincero, e anche questo gli fa onore. Non nasconde, soprattutto nell’editoriale intitolato “La verità, vi prego, sull’amore”, la sua appartenenza a una visione del mondo legata ad alcuni elementi che oggi sono passibili di revisione. Il concetto di egemonia, ad esempio, ripreso in un contesto di lotta di classe dalla letteratura marxista; la lettura della zona oscura dell’uomo come memoria della sua antica natura bestiale; il concetto, infine, di forza motrice dell’uomo -e dell’universo- come eros.
Sono concetti che provengono da lontano, ma che tra fine Ottocento e primo Novecento hanno avuto una ripresa tale da farne degli elementi portanti di quella cultura, che oggi sembra, per molti versi, superata.
Una revisione (auto)critica va bene se la percorrono ambedue le parti che vogliono incontrarsi.
La lotta politica di cui parla Scalfari, ad esempio, è certamente scenario in cui si gioca una partita di potere, ma gli sviluppi delle democrazie occidentali, tranne le dolorose eccezioni che tutti conosciamo, hanno portato a una situazione molto più mediata e complessa, per cui il concetto di egemonia sic et simpliciter sembra radicalmente superato.
Veniamo al richiamo alla forza desiderante che Scalfari chiama eros. Su questa energia inesausta il primo Novecento ha imbastito una delle sue battaglie campali. Freud l’ha chiamata libido, ma, come ha poi chiarito Jung nel 1912, essa veniva troppo confinata nell’ambito sessuale, mentre le pulsioni hanno altra complessità. Anche nell’arte e nella letteratura sono entrati in gioco ulteriori elementi come la maschera e il volto, la malattia, la tensione verso l’altrove, l’alienazione. Non solo: le stesse alternative, se volessimo rimanere legati al concetto di eros come forza immanente, all’infelicità del desiderio, prendono strade lontanissime da quella concezione primo-novecentesca che sembrava non lasciare nessuno spiraglio di salvezza se non nella terapia psicoanalitica che diventava un circolo infelice, perché si trattava di riconoscere quelle pulsioni come motore della vita. A livello macro-storico Il monachesimo orientale, la stessa rivoluzione dell’ordine benedettino, sono una risposta – sia chiaro: una delle tante – all’infelicità del desiderio fine a se stesso. Non una risposta difensiva, ma in positivo. Lo sguardo amoroso verso la sofferenza dell’altro, la capacità di rimboccarsi le maniche per rifondare la realtà ingiusta o per aiutarsi l’un con l’altro, Scalfari lo consentirà, non sono stati frequenti nella pur importante stagione primo-novecentesca, presa dalla spasmodica attenzione sul sé. Non c’è solo l’eros narcisistico, come ammette lo stesso fondatore di “Repubblica”, ma anche quello dell’amore, scrive Scalfari, “per la specie”, che sarebbe, paradossalmente con una parola darwiniana, quello cristiano.
Quello di Cristo non è amore per la specie, ma amore universale. Ciò che è venuto dopo ha segnato, per esempio con Francesco d’Assisi, un passo in avanti verso il superamento dell’egoismo: il riconoscimento che ogni cosa è testimonianza del Creatore, comprese le realtà che noi consideriamo più infime, in consonanza con gli elementi di compassione e di amore per ogni realtà del creato di alcune religioni orientali. Lo stesso insegnamento di Cristo, per cui Scalfari ha grande rispetto, è letto in modo eccessivamente legato ad un principio materiale di causa-effetto: il miracolo che si proponeva Gesù, quello di “abolire interamente l’amore proprio e concentrare totalmente sul prossimo tutto il sentimento amoroso di cui ciascuno dispone” sarebbe fallito.
Il miracolo di Gesù in realtà c’è stato: milioni di uomini, nel momento del loro personale Getsemani, scoprono dentro di sé la forza per riprendere un cammino, per, semplicemente, vivere.

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