Una voce dalla Siria

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campi SiriaDi Asmae Dachan

SIRIA – Durante il mio viaggio in Siria decido di fare una deviazione. Sono lì da tre giorni, infatti, quando arriva la notizia che i volontari italo-siriani delle associazioni Onsur (Campagna mondiale di sostegno al popolo siriano) e Ossmei (Organizzazione siriana dei servizi medici e di emergenza in Italia), sono in Turchia e stanno per oltrepassare i confini. Cambio programma e, valutata la fattibilità della cosa, decido di seguirli per due giorni mentre consegnano le quattro ambulanze, i medicinali, il latte in polvere e i pacchi alimentari raccolti grazie a una gara di solidarietà che vede gli italiani in prima fila. Lascio il campo profughi di Atma e torno in Turchia. L’indomani si riparte, stavolta a bordo delle ambulanze. I miei compagni di viaggio hanno già guidato per sei giorni, arrivando da Ancona su una nave, attraversando tutta la Grecia e la Turchia, dormendo e mangiando “alla meno peggio”, eppure hanno l’argento vivo addosso. Li conosco tutti, due sono i miei fratelli, ma è come se li vedessi per la prima volta: la loro voglia di portare a compimento la missione, di alleviare con qualcosa di concreto la sofferenza della popolazione siriana li riempie di luce e di pazienza. Già, pazienza, perché durante le sette ore di attesa al valico (la scorsa missione hanno atteso quasi tre giorni), mentre il sole di agosto batte forte, sorridono, scherzano, leggono, cantano, prendendosi persino un applauso dalle altre decine di persone in attesa quando uno di loro intona Bocelli.
C’è Amer, presidente di Onsur, dottore commercialista; Yassin, giovane padre, con una grande esperienza nel volontariato, Basel un solare odontotecnico, Mohamed, il più giovane, studente, Abdullah, anche lui studente, Muhommed Gazi, presidente Ossmei, medico odontoiatra; all’appello finale manca Giamil, studente, che per il protrarsi oltre le previsioni della traversata via terra, è dovuto rientrare d’urgenza in Italia per impegni di lavoro, ma solo dopo aver portato a termine il lungo viaggio fino ai confini siriani.
Le ambulanze superano finalmente il valico di Bab Al Hawa, ultima frontiera della zona per entrare in Siria. Lo scenario che si presenta ai nostri occhi è desolante: ai due lati della strada, tra lo smog, la polvere e i pericoli, c’è un’infinita distesa di tende, che “ospitano” profughi. L’ennesimo dramma umano di questa repressione senza fine. I ragazzi raccontano che hanno visto quel campo crescere di mese in mese, viaggio dopo viaggio.
Foto di rito prima della consegna delle ambulanze ai responsabili che provvederanno a portarle in diverse città della Siria. La soddisfazione dei ragazzi è tangibile e condivisibile: non solo sanno che quei mezzi salveranno molte vite umane, ma sanno anche che con il loro viaggio hanno portato a termine un impegno importante preso con i tanti donatori che ne hanno reso possibile l’acquisto. Le fasi successive del viaggio consistono nella distribuzione dei medicinali, destinati a diversi ospedali da campo (visto che purtroppo la maggior parte degli ospedali in Siria non funzionano più), del latte in polvere e dei pacchi alimentari. Quando arriviamo ad Aleppo è ormai notte. Una notte al buio, perché la corrente elettrica manca ormai da mesi e arriva solo per qualche ora; chi può, ricorre ai generatori; una notte scandita dal rumore di bombe e da raffiche di mitra a cui purtroppo anche i bambini sembrano ormai abituati. L’indomani, sin dalle prime ore del giorno, ci rendiamo conto della drammatica situazione in cui versa la città: siamo circondati da macerie e molti edifici sono lesionati. Sulle cime più alte, ci avvisano, sono appostati i cecchini. Muoversi ad Aleppo, è pericoloso, ma ci sono famiglie bisognose e punti di soccorso, dove operano instancabilmente medici e infermieri non pagati, che fanno turni di lavoro lunghissimi, in attesa di un sostegno e i ragazzi vogliono consegnare gli aiuti di persona.
Guidati da volontari che operano sul posto e che conoscono palmo a palmo la città e i suoi abitanti, i ragazzi di Onsur e Ossmei si dividono in gruppi, per ottimizzare i tempi e portare a destinazione il materiale. In tutto questo c’è un lavoro di carico, scarico, sistemazione di pacchi non indifferente; la stanchezza, però, lascia il posto ai loro sorrisi e all’emozione e commozione di essere nel cuore della Siria, vicino alla gente. Mi unisco a uno dei gruppi che consegna i pacchi alimentari nella zona vicina all’antico Suq, l’antico mercato, ormai chiuso da oltre un anno, danneggiato, bruciato, saccheggiato. Ci spiegano che le famiglie che ora vivono in quelle antichissime case, tutte lesionate e alcune pericolanti, in realtà non sono della zona, ma provengono da altre parti della città: non avendo più una casa (molti di loro le hanno viste crollare sotto i bombardamenti), si sono sistemate lì. Gli abitanti originari sono fuggiti ormai da tempo. Dolore che si aggiunge a dolore.
Conosciamo così i destinatari di alcuni pacchi alimentari: casa dopo casa, troviamo persone semplici, visibilmente provate, che hanno parole gentili per noi e per tutti i donatori, che hanno lacrime di commozione e dolore, che hanno tanta pazienza e tanta fede. Le prime che incontriamo sono famiglie con figli affetti da gravi disabilità, infermi, portatori di handicap. Non hanno alcuna forma di assistenza sanitaria e sociale e spesso i genitori sono anziani e senza lavoro. Ognuno ha una storia di sofferenza e dolore, uno o più lutti nel cuore. I ragazzi lasciano i pacchi alimentari e parole d’incoraggiamento, ma conoscere da vicino tutta quella sofferenza li segna, li colpisce. Scatto loro delle foto affinché gli amici e i donatori in Italia abbiano l’ennesima conferma che tutto ciò che si raccoglie con Onsur e Ossmei arriva davvero ai bisognosi. Si susseguono poi case dove vivono bambini orfani, alcuni di entrambi i genitori, assistiti da zii, nonni, ma anche da amici. Conosciamo una giovane coppia con un solo figlio, a cui sono stati affidati sei fratellini orfani, che non hanno più nessuno; vivono in uno spazio piccolissimo, con metà dell’abitazione dilaniata dalle bombe. L’unica alternativa sarebbe il campo profughi, ma i campi sono al collasso. Ci si rende conto che quei pacchi sono gocce in un mare di bisogni, ma anche che, per 300 famiglie che li hanno ricevuti, altre migliaia ne avrebbero bisogno e avrebbero bisogno di tante altre cose. Anche gli altri due gruppi passano la giornata a consegnare pacchi e medicinali, trovandosi di fronte realtà di estremo dolore. Vengono visitate anche delle scuole, allestite in case abbandonate e luoghi di culto: all’interno giovani insegnanti, prevalentemente donne, insegnano la lingua, la storia, la grammatica, l’aritmetica, la religione, il disegno; sono tutte volontarie, alcune non hanno ancora finito gli studi. Da tre anni i bambini siriani non vanno a scuola. È un dramma senza fine: è compromesso il loro presente, ma anche il loro futuro. Assistiamo anche a una manifestazione di giovani che si radunano all’incrocio di due strade chiedendo libertà e la fine delle violenze.
Torneremo, promettono i volontari, che sulla via del ritorno già programmano nuove raccolte e pensano a come fare per rendere sempre più efficaci le iniziative di solidarietà. Prima dei confini turchi fermano l’auto e scendono con un sacchetto di plastica: “Vogliamo portare in Italia un pezzo di Siria, il profumo di questa terra, della nostra terra”. Tornati in Turchia si sente un gran senso di vuoto, una desolazione infinita. La gente ci ha caricati di saluti per tutti i siriani in Italia e per tutti gli amici e le amiche italiane che hanno a cuore la Siria. Quella gente chiede solo di vivere e lo fa con gran dignità, anche sotto le bombe, anche di fronte alle privazioni, al dolore, al lutto quotidiano. C’è una Siria che si rimbocca continuamente le maniche, quella del volontariato, di quell’immenso giardino di donne e uomini che si danno anima e corpo per alleviare le sofferenze dei più deboli, dare istruzione ai bambini, assistenza ai malati, un pasto ai più bisognosi. C’è una Siria che risponde alla violenza con l’istruzione, l’amore e la solidarietà. Una Siria che non fa notizia evidentemente, ma che è un onore e una gioia conoscere.

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