Per medici e pazienti tante trappole nel nuovo Codice deontologico

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mediciITALIA – Un fantasma si aggira per gli ordini dei medici e passa con preoccupazione di mano in mano dei più accorti: è la bozza del nuovo codice deontologico. Da circa un anno la Commissione deontologica della Fnomceo lavora alla revisione di questo testo, già aggiornato nel 2006 dopo lunghe trattative e una delicata operazione di condivisione. La versione targata 2013 inviata all’osservazione degli Ordini provinciali per discussione e proposte, sta però sollevando non poche polemiche, soprattutto per quanto riguarda la formulazione di alcuni articoli particolarmente sensibili: la limitazione dell’obiezione di coscienza, lo svuotamento della relazione medico paziente, l’introduzione del concetto di genere, lo sdoganamento anzitempo delle dichiarazioni anticipate di trattamento.
I primi quieti dissensi hanno trovato spazio sul “Corriere della Sera”, secondo cui il codice “è stato sottoposto a un restyling semantico” e si sono concentrati su una nuova definizione solo apparentemente “politically correct”: non più paziente, ma persona assistita. L’ematologo Francesco Mandelli ha espresso ampie perplessità in merito: “Il concetto legato ad assistito non mi piace, perché si può aver bisogno del medico, ma non della sua assistenza”. Mentre è stato di parere opposto Amedeo Bianco, presidente Fnomceo e senatore Pd, per cui il cambiamento “trasmette il significato immediato di chi ha diritto a ricevere cure e assistenza senza passività”.
Il minuetto sulla parola più efficace per definire il malato, permette di sorvolare su questioni dalla forza problematica ben più cogente. Elemento paradigmatico è rappresentato dall’articolo 22 che tratta dell’obiezione di coscienza. Questa, nella nuova formulazione, è sostituita da “convincimenti etici” o da una vaga “clausola di coscienza” che, come anche i non medici possono facilmente intuire, non sono espressioni equivalenti ad “obiezione”. Inoltre, siccome la sintassi non è un’opinione, anche piccoli cambiamenti apparentemente innocui risultano invece portatori sani di criticità. Come evidenziato da alcuni medici, infatti, nel codice attualmente in vigore è previsto che il medico possa rifiutarsi di fornire una prestazione se la ritiene in contrasto con le proprie convinzioni “morali o scientifiche”. Nel nuovo codice invece il medico potrebbe opporre un rifiuto solo nel caso che la prestazione sia in contrasto con aspetti “morali e scientifici”. La sostituzione della congiunzione disgiuntiva con quella congiuntiva, come lucidamente sottolineato in un editoriale critico, “fa sì che laddove il trattamento richiesto abbia validità scientifica, il medico non possa più rifiutarsi sulla base del solo convincimento di coscienza”. Non solo, ad oggi il rifiuto del medico di fare qualcosa in conflitto con il proprio convincimento morale è sempre opponibile salvo nei casi di “grave e immediato nocumento per la persona assistita”. Nella nuova formulazione sono state soppresse le due caratteristiche fondamentali del nocumento che esonera dall’obiezione: “grave” e “documentato”. Senza di esse si apre la deriva di una valutazione soggettiva del danno, rendendo i medici meri esecutori di richieste.
Contro le storture e le possibili manipolazioni surrettizie contenute nella proposta del nuovo Codice, l’Associazione Scienza & Vita è intervenuta con fermezza, attraverso l’elaborazione e la diffusione del Manifesto dal titolo “Una buona deontologia fa una buona medicina. E fa una società migliore”.
“Il Manifesto è stato elaborato grazie all’ampio, dettagliato e rigoroso lavoro del gruppo dei medici di Scienza & Vita”, hanno dichiarato Paola Ricci Sindoni e Domenico Coviello, Presidente e Copresidente nazionali, “i punti critici riscontrati sono stati molteplici, ma si è scelto di tenere alta l’attenzione su alcuni articoli fondativi, le cui proposte di modifica, contenute nella bozza del nuovo Codice, sono fonte di preoccupazione condivisa da molti altri appartenenti ad associazioni mediche”.
Le apprensioni non sono solo per l’esercizio della professione medica. Come sempre accade quando si interviene su un complesso prescrittivo, sono poi i cittadini ad essere direttamente interessati dai comportamenti conseguenti all’applicazione delle nuove norme. Per questo, parlarne al proprio medico è già terapia preventiva.

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