Riflettiamo sul Vangelo di domenica 28 luglio

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Di Angelo Scappacerca

Gesù pregava da solo o coi discepoli vicino a lui, come quella volta sul monte quando videro la sua gloria. Oggi, in risposta alla richiesta di un discepolo, Gesù risponde a tutti (“Quando pregate, dite”) e insegna la sua stessa preghiera al Padre. I discepoli sapevano pregare come ogni buon ebreo, ma chiedono a Gesù d’insegnare loro a pregare; evidentemente c’è un modo di pregare che s’impara solo da Gesù. Anzi, dopo Gesù, la vera preghiera è solo quella attraverso di Lui.

Non c’è confronto tra i discepoli di Gesù e quelli di Giovanni Battista, tutto è assolutamente nuovo. Dio vuole una preghiera insistente, senza paura di stancarlo. Questa pagina di Vangelo fa vedere come Dio vede il nostro rapporto con Lui, attraverso la preghiera. La prima parabola mostra il rapporto di un amico verso un amico; la seconda quello di figli con il Padre buono; la terza immagine è data dall’invito a essere come dei mendicanti bisognosi di tutto. È questa coscienza a farci pregare senza vergogna.

All’inizio è il discepolo a chiedere d’imparare, ma presto è Gesù a chiedere con insistenza la nostra preghiera. Perché, se tutto è dono, c’è bisogno che noi lo chiediamo? Tutto nasce dall’uomo fatto a immagine e somiglianza di Dio. Immagine compiuta in Gesù: è per la sua Pasqua che Dio è nostro Padre, ci dona il suo Spirito e nello Spirito noi ci rivolgiamo a Lui.

Quando preghiamo, succede sempre qualcosa di buono, anche se non sempre sappiamo che cosa.

Così scrive Erri De Luca: “Gesù insegna a recitare una preghiera di poche parole, il Padre Nostro. Spiega che non ne servono tante, perché Dio già sa tutto quello che la persona in preghiera ha in animo di chiedere. Nell’ebraico a lui familiare padre nostro si dice avìnu. Isaia nomina Dio come reclamo e recriminazione, spiega che i padri sono lontani nel tempo, Abramo e Giacobbe non conoscono la loro discendenza. Tu sei nostro padre: attà avìnu e quel ‘tu’, attà, in apertura di frase, è un dito puntato. Tu sei: non è invocazione ma legittima istanza legale: noi siamo tuoi figli, tu non puoi abbandonarci, non sei libero di farlo. Ancora più forte è il ‘tu’, attà, che precede addirittura il nome Dio: ‘Tu sei Dio nostro padre’. Isaia dice che Dio è colui che paga il riscatto per rendere liberi, come era obbligo per i parenti stretti di chi era caduto in schiavitù. Niente di meno di questo è la sostanza di ogni Adamo: un manufatto di terra e di cura di Dio. Quando la persona di fede torna a invocare il Padre nostro che è nei cieli, esercita un suo preciso diritto”.

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