Perché cadde l’Impero Romano d’Oriente?

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La Roma pagana cadde perché la sua idea di Stato assoluto divinizzato era  inconciliabile con la verità rivelatasi nel cristianesimo, secondo la quale il  potere supremo dello Stato è solamente una delega del potere autenticamente  assoluto, divino-umano, di Cristo. La seconda Roma, Bisanzio, cadde perché, pur  avendo accolto in teoria l’idea del regno cristiano, di fatto lo rifiutò, si  fossilizzò nella costante e sistematica contraddizione tra le sue leggi, la sua  amministrazione e le esigenze di un principio morale superiore. L’antica Roma  divinizzò se stessa e cadde. Bisanzio, pur essendosi sottomessa nelle idee al  principio superiore, si ritenne salvata per il fatto di aver rivestito la  propria vita pagana con un manto esteriore di dogmi e ritualità cristiane, e  cadde anch’essa. Questa caduta diede un forte impulso alla coscienza storica di  un popolo che, assieme al battesimo, aveva ricevuto dai greci anche il concetto  di regno cristiano. Nella coscienza nazionale russa, così come si è espressa nel  pensiero e negli scritti dei nostri uomini di cultura, dopo la caduta di  Costantinopoli sorse la ferma convinzione che il ruolo del regno cristiano fosse  passato ormai alla Russia, che essa fosse la terza e ultima Roma.

Ai nostri avi era lecito fermarsi a questa idea nella sua forma iniziale di  sentimento o presentimento inconscio. A noi, tuttavia, si richiede di  verificarla attraverso il pensiero logico e l’esperienza, e conseguentemente di  innalzarla sul piano della coscienza razionale oppure di rifiutarla come un  sogno infantile e una pretesa infondata

Se il tratto comune della vecchia e della nuova Roma consiste nel fatto che  entrambe caddero, è di estrema importanza per noi sapere perché caddero e,  quindi, cosa l’ultima Roma deve evitare per non subire la stessa sorte.

Se si trattasse solo della prima Roma, indagare i motivi della sua caduta non  sarebbe così difficile. Roma cadde perché il suo principio fondante era falso e  non poté reggere all’impatto con la verità suprema. Ma che dire della Bisanzio  ortodossa? Il suo principio fondante era vero e il suo scontro con i turchi  musulmani non fu lo scontro con la verità suprema. O forse Bisanzio crollò  soltanto a causa della forza materiale? Ma un’ipotesi del genere, a parte che è  inammissibile dal punto di vista cristiano, è altresì contraria alla ragione e  all’esperienza storica, che abbondano di prove evidenti secondo cui la forza  materiale da sola è impotente. Non fu per la superiore forza materiale che gli  antenati classici dei greci bizantini distrussero i regni d’Oriente, e non fu  per la superiorità quantitativa che le armate d’Aragona e Castiglia respinsero  definitivamente la presenza musulmana in Occidente, proprio nel momento in cui  questa poneva fine all’Impero d’Oriente.

Ci fu una causa interiore, spirituale nella caduta di Bisanzio, e dato che  non consisteva in un falso oggetto di fede, giacché ciò in cui credevano i  bizantini era vero, significa che la causa della loro rovina va individuata nel  carattere falso della loro fede in quanto tale, ossia nel loro falso  atteggiamento verso il cristianesimo: essi interpretavano e applicavano un’idea  vera in modo sbagliato. La fede per loro era solo un oggetto di riconoscimento  intellettuale e di venerazione ritualistica, ma non era il principio motore  della vita. Orgogliosi della loro retta fede e della loro pietà, non vollero  capire la semplice ed evidente verità che la retta fede e la pietà autentiche  esigono che noi conformiamo in qualche modo la nostra vita a ciò in cui crediamo  e che veneriamo; non vollero capire che l’autentica superiorità del regno  cristiano rispetto agli altri esiste solo nella misura in cui questo regno si  edifica e si amministra secondo lo spirito di Cristo.

È chiaro che riconoscere in modo sincero e onesto che confessare la verità  suprema esige determinati cambiamenti nella vita, ancora non vuol dire aver  realizzato tali cambiamenti; ma in ogni caso, questo riconoscimento in sé spinge  a fare degli sforzi nella giusta direzione, induce a fare qualcosa per  avvicinarsi allo scopo supremo e, pur senza produrre immediatamente la  perfezione, costituisce una molla interiore verso il perfezionamento. A  Bisanzio, invece, si negavano appunto le pretese stesse del cristianesimo sulla  vita, non si poneva alcun compito superiore alla società e all’attività di  governo.

L’imperfezione è la nostra sorte comune, tuttavia Bisanzio non cadde certo  perché era imperfetta ma perché non voleva tendere alla perfezione. Questa  gente, talvolta, si pentiva dei propri peccati personali, ma si dimenticò  totalmente del proprio peccato “sociale”, e attribuì la caduta del regno solo  alle colpe di alcune persone. (…) I regni, in quanto entità collettive, cadono  solo a causa di peccati collettivi (del popolo, dello Stato) e si salvano solo  correggendo l’ordinamento sociale, o almeno cercando di avvicinarlo all’ordine  morale. Se tutto il problema consistesse nella rettitudine personale a  prescindere dalla correzione sociale, sicuramente, nel regno bizantino di uomini  santi non ce n’erano meno che altrove, e allora perché questo regno sarebbe  caduto? Secondo la mentalità bizantina, se un qualche signore non angariava i  suoi servi e li nutriva bene, non gli si poteva chiedere nulla di più nei  confronti della schiavitù; e né a lui né al suo padre spirituale, né allo stesso  autocrate dei «romei» sarebbe passato per la testa anche il più elementare  pensiero che le condizioni decenti dei servi di un padrone buono non rendono  migliori le condizioni dei servi di un padrone cattivo, mentre abolire la  schiavitù a livello legislativo avrebbe immediatamente alleviato le condizioni  di tutti, e al tempo stesso avrebbe avvicinato il regno terreno al regno di Dio,  dove non ci sono servi né padroni.

I singoli fenomeni di crudeltà e di depravazione, per quanto fossero numerosi  e comuni, ancora non costituivano in sé un motivo sufficiente per la caduta  definitiva di Bisanzio. Ma noi comprenderemo appieno questa caduta se  considereremo il fatto che nel corso di tutta la storia propriamente bizantina  (cioè dal momento in cui si verificò il netto allontanamento del cristianesimo  orientale da quello occidentale, che lo si faccia risalire all’XI o al IX  secolo), non si può indicare una sola azione pubblica, una sola misura generale  del governo che avesse qualche interesse a migliorare i rapporti sociali in  senso morale, a elevare un po’ la situazione giuridica in conformità alle  esigenze della giustizia assoluta, o a riformare la vita collettiva del regno al  suo interno o nei rapporti esterni; in una parola: non troveremo niente che  possa mostrare almeno una labile traccia dello spirito supremo che muove la  storia universale. Magari i misfatti e la dissolutezza di alcuni venivano  compensati dalle opere buone di altri e dalle preghiere dei santi monaci, ma  niente poteva compensare o espiare la totale e generale indifferenza per “l’opera storica del bene”, per l’adempimento della volontà di Dio nella vita  collettiva degli uomini.

Gli eredi diretti dei cesari romani dimenticarono di essere al tempo stesso  anche delegati del potere supremo di Cristo. Invece di innalzare lo Stato pagano  che avevano ereditato alle altezze del regno cristiano, essi al contrario  abbassarono il regno cristiano al livello di un ordinamento statale pagano  bastante a se stesso. Essi preferirono all’autocrazia di una coscienza  conformata alla volontà divina, l’autocrazia del proprio arbitrio umano, che  costituiva la somma di tutti gli arbitri individuali concentrati in un’unica  persona. Essi chiamavano se stessi autocrati ma in realtà erano come gli  imperatori pagani, ossia i mandatari a vita, o magari a tempo determinato, delle  masse popolari e dell’esercito. Essendo irrimediabilmente incapace di assolvere  la sua alta missione di regno cristiano, Bisanzio perdette la ragione interiore  del proprio esistere. Infatti, le mansioni correnti e abituali della gestione  pubblica potevano essere svolte anche meglio dall’amministrazione del sultano  turco, il quale, libero da contraddizioni interiori, era più onesto e più forte,  e per giunta non si immischiava nella sfera religiosa del cristianesimo, non  creava dogmi ambigui e perniciose eresie, e neppure difendeva l’ortodossia  massacrando in massa gli eretici e bruciando solennemente sul rogo gli  eresiarchi.

Dopo molte dilazioni e una lunga lotta contro la dissoluzione materiale,  l’Impero d’Oriente, che era già spiritualmente morto da tempo, venne infine  cancellato dall’orizzonte storico, proprio mentre stava iniziando il  rinascimento dell’Occidente.

 

 

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