Egitto

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Di Stefano Costalli

Il braccio di ferro fra le forze armate egiziane e il presidente Morsi ha visto la vittoria delle prime, che almeno per ora sono rimaste unite e hanno nuovamente giocato il fondamentale ruolo dell’attore garante della stabilità del Paese.
Tuttavia, se le forze armate sono intervenute sostanzialmente dalla parte dei manifestanti per destituire Morsi, non possono anche governare l’Egitto. Pena il tradimento della piazza. Inizia dunque una nuova fase della transizione egiziana, che speriamo pacifica. Non sappiamo ancora come reagiranno i Fratelli musulmani e i loro alleati islamisti, che escono dal confronto con una bruciante sconfitta politica. L’auspicio è che prendano atto dell’enormità delle dimostrazioni popolari contro di loro e sfuggano alla tentazione di mutare la propria natura diventando una formazione armata.
Se queste sono le incognite che gravano sul futuro, ci sono aspetti stupefacenti del presente sui quali vale la pena soffermarsi. Prima di tutto, la grandezza mai vista prima delle manifestazioni di piazza che si sono riversate per le strade delle maggiori città egiziane.
Un tale risultato è stato raggiunto anche tramite l’uso sempre più intensivo dei social network, che stanno davvero cambiando la politica, in molti modi. In secondo luogo, il carattere della rivolta.
È difficile non lasciarsi affascinare almeno per un attimo dal clima che si respira. È una situazione di instabilità, che in alcuni casi è sfociata nella violenza e che ancora non si sa dove porterà. Tuttavia, la sensazione che prevale fra i milioni di manifestanti è il sollievo, come se si fosse aperta una finestra per far entrare aria nuova. Ciò che colpisce è l’anelito alla libertà e alla felicità chiaramente stampato sui molti volti che compongono veramente un popolo, data l’entità del fenomeno.
C’è una componente utopica in ciò a cui stiamo assistendo, con la sua forza entusiasmante e pure con i risvolti problematici di tutte le utopie. Hanno ragione quanti sottolineano come lo spirito di questa nuova ondata di proteste sia quello originario di Piazza Tahrir.
Mubarak aveva imposto un regime che garantiva la stabilità a costo dell’oppressione e della violazione dei diritti umani di quanti chiedevano libertà di pensiero e di espressione. I Fratelli musulmani una volta al potere hanno dimostrato un’analoga chiusura nei confronti della società più attiva, portando avanti un’occupazione arrogante delle posizioni di potere e sommando a questo atteggiamento l’incapacità di governare un grande Paese in crisi.
Hanno dunque finito per innescare la stessa forza propulsiva, che nasce dalle esigenze fondamentali delle persone per sollevare una volta per tutte la cappa oppressiva posta sulla società egiziana.
Se la spontaneità e l’assenza di ideologie che strutturano il movimento di protesta possono avere una componente affascinante, già nel medio termine però possono tramutarsi in aspetti problematici.
Molti egiziani che parteciparono alle prime manifestazioni di Piazza Tahrir, anche appartenenti ai ceti intellettuali, rivendicano come un aspetto positivo il fatto di non aver dato luogo a quelle proteste per impossessarsi del potere ed essere tornati poi alla propria vita privata. Il punto però è che i Fratelli musulmani hanno (prevedibilmente) vinto le elezioni successive proprio perché potevano contare su una solida organizzazione, almeno rispetto al fronte liberale.
Se, come tutti auspichiamo, ci saranno nuove elezioni democratiche, sarà necessario che la protesta si trasformi in proposta e che dall’utopia si passi alla politica.

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