Ciao Borgonovo

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Di Leo Gabbi

Addio Stefano, addio cuore impavido Borgonovo: alla fine ti sei arreso, ma prima hai lottato come un leone, hai mostrato al mondo come una delle malattie più subdole e feroci, la Sla, possa essere anche affrontata a testa alta, seppur immobilizzato e su una carrozzina, mostrando a tutti una ribellione che diventa esempio, una sofferenza positiva se è possibile accomunare queste due parole, senza essere tacciati di eresia.
Borgonovo, 49 anni, era un bravo calciatore, nella sua vita aveva indossato maglie importanti come quelle di Milan e Fiorentina, vincendo una Coppa dei Campioni e tanti altri trofei, ma sarà ricordato soprattutto per questa ultima fase della vita, testimone scomodo di un morbo, quello di Gehrig, che ha colpito tanti, troppi calciatori per essere derubricato in pura fatalità. La lunga scia di lutti era iniziata con il centrocampista della Fiorentina Armando Segato e qui ci sarebbe subito da pensare che troppe morti in poche squadre (Fiorentina e Como in primis) potrebbero anch’esse non essere pure coincidenze.
Alla fine se ne conteranno una cinquantina di vittime tra i professionisti del calcio, colpiti a tradimento da quella che Borgonovo definiva “la Stronza”, una morsa invisibile che ti prendeva alla gola, che non ti lasciava più muovere un muscolo, salvo quell’impercettibile movimento di palpebre che a Stefano serviva per comunicare con il mondo e per dire a tutti: “Guardate che io esisto, anzi, guardate che io resisto…”.
Tempo fa se ne occupò anche il pm Guariniello: si scoprì che tra i calciatori la Sla aveva un’incidenza dell’11,5% in più, rispetto non solo agli altri comuni mortali, ma anche agli altri sportivi come ciclisti, nuotatori o giocatori di basket.
Così, dai primi casi isolati degli anni Sessanta-Settanta-Ottanta (Cucchiaroni, Bernardini, Rognoni) si arrivò alla tragedia del capitano del Genoa Signorini: anch’egli non voleva arrendersi, ma a 42 anni fu costretto a dire addio a una città, Genova, e a una curva, quella rossoblù, che lo aveva ancora festeggiato sulla sua carrozzina pochi mesi prima, in uno straziante addio allo stadio che aveva commosso l’Italia. Poi Lombardi, e Canazza, che giocavano come Borgonovo a Como, dove si ammalarono anche Meroni, morto 12 anni fa, Gabbana e Corno, figure minori di calciatori che quindi non avevano lo stesso impatto mediatico del loro compagno.
Ci fu chi sospettò (la moglie di Borgonovo era tra questi) qualche legame tra il morbo e il campo comasco del Sinigaglia, nato in una zona un tempo paludosa, in cui poi venne edificato uno stadio, con una bonifica che lascia inquietanti punti interrogativi. In molti hanno invece rimestato il solito filone del doping: tutto possibile, perché in passato alcuni club possono aver approfittato della superficialità dei loro tesserati per iniettare loro sostanze mai ben identificate che avrebbero dovuto aumentare le prestazioni. Di fronte a quest’ultimo dramma il silenzio sarebbe la reazione normale, nella speranza che il nuovo corso, con l’uso delle cellule staminali, faccia finalmente regredire la nuova peste. Eppure Borgonovo ci ha insegnato che non si deve tacere: lui voleva capire chi gli aveva rubato la vita e il dovere di tutti è far continuare a parlare quella voce. Fino a quando emergerà la verità.

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