Finte separazioni per pagare meno tasse?

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Di Luigi Crimella

ITALIA – Un certo interesse ha suscitato nei giorni scorsi la diffusione di dati sull’aumento di separazioni e divorzi, specie tra le coppie tra i 30 e i 50 anni con figli. Mentre nel 1995 ogni 1.000 matrimoni si registravano 158 separazioni e 80 divorzi, nel 2011 si è arrivati a 311 separazioni e 182 divorzi, sempre ogni 1.000 matrimoni. Praticamente per ogni due coppie che si sposano, una si separa oppure divorzia. Il dato ha indotto a indagare, intervistando a campione tra i separati e divorziati: è emerso che in realtà molti sono separati solo “per finta”, per pagare meno tasse, per avere ticket, accessi agli asili ecc. con costi ridotti. Su questo fenomeno, Luigi Crimella ha interpellato Roberto Bolzonaro, vice-presidente del Forum delle associazioni familiari, che da tempo è impegnato nel campo della difesa e promozione sociale della famiglia.

È sorpreso dall’interesse della stampa per le separazioni e i divorzi “fittizi”?
“No, perché il fenomeno si era già delineato una decina di anni fa e da allora è stato tutto un crescendo. Certo, ci vuole sempre qualcuno che con le sue dichiarazioni scoperchi il ‘pentolone’, ma la cosa non è nuova. Chi ha visto il famoso film ‘Casomai’, sulla crisi di una coppia di sposi, ricorderà che il commercialista consigliava proprio la separazione fittizia. Non era e non è una barzelletta”.

Perché cresce un fenomeno del genere?
“Perché la gente ritiene che in un momento di crisi come questo sia meglio cercare delle scorciatoie, tipo elusione o evasione fiscale, pur di evitare di pagare tasse sempre più alte che ricadono sulla famiglia. Fanno ridere, ad esempio, i sostenitori delle coppie di fatto: la realtà è che nei Comuni dove hanno istituito i registri, gli iscritti sono pochissimi. Meglio restare single e pagare meno tasse, avendo pure dei benefici, tipo quelli per ragazze madri che, se si registrano, perdono l’assegno di cui possono beneficiare”.

Quindi sta dicendo che da noi, in Italia, sposarsi non conviene?
“Oggi sono molti a dire ‘se non mi sposavo era meglio’, non perché non siano convinti del partner, ma perché sentono il peso che grava sulla famiglia a fronte di pochi, pochissimi benefici. Mentre da anni l’associazionismo familiare chiede un fisco e una legislazione di vero e concreto sostegno alle famiglie, nei fatti la nostra legislazione va in direzione contraria: cioè prende soldi proprio dalle famiglie”.

Sembra di leggere nelle sue parole una critica alla politica. È forse sorda di fronte a questa esigenza?
“Far famiglia oggi, come sempre del resto, è un percorso virtuoso non solo dal punto di vista umano, affettivo, sociale, ma anche da quello economico. Una famiglia infatti, specie se con figli, innesca un processo di produzione e consumo di beni che non fa che sostenere progressivamente l’attività economica, oltre che lo Stato con le tasse che vi gravano. E i politici questo sembrano continuare a non capirlo”.

Ci fa qualche esempio di queste distorsioni?
“Prendiamo l’Isee, cioè il sistema dei calcoli per la capacità economica di una famiglia. C’è in previsione la sua revisione e ci si dovrebbe aspettare un miglioramento nei confronti proprio delle famiglie più numerose e con redditi medio-bassi. Invece, da calcoli fatti, succederà che si arrivi a un aumento attorno al 20%, per cui a questo punto sarà più conveniente separarsi. È triste dirlo, ma è così”.

Non è che lei vuole incentivare queste pratiche?
“Assolutamente no, constato che oggi sposarsi e mettere al mondo dei figli costituisce una penalizzazione. La nostra politica non lo capisce, non simula i conteggi fiscali e di gettito finanziario per lo Stato. Tassare resta la cosa più facile e immediata, senza tener conto degli effetti di questa tassazione e senza cercare con accuratezza dove sia più conveniente farla. Noi così paghiamo lo scotto di provvedimenti di legge non sorretti da valutazioni d’impatto su cosa possa succedere a persone e famiglie”.

Cosa si sente di suggerire per rimediare a queste storture?
“La risposta è molto semplice: una fiscalità più equa, che renda conveniente sposarsi e fare figli. Così facendo si ridurrebbero gli spazi di elusione ed evasione fiscale e, soprattutto, torneremmo al concetto della famiglia come maggiore risorsa della società, una risorsa insostituibile”.

Pensa che i politici, alle prese con il rischio di default del nostro Stato, potranno ascoltarla?
“Lo spero ma non ne sono sicuro. Una buona riforma fiscale, con i contenuti proposti dal Forum col cosiddetto ‘fattore famiglia’, avrebbe delle ricadute notevoli sulle dinamiche sociali, demografiche e alla lunga anche fiscali. Quindi dico: i politici abbiano il coraggio di partire con iniziative vere, concrete e serie e vedranno la società tornare a crescere”.

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