Ancora 150 milioni di bambini lavoratori

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Nonostante le norme internazionali, come la Convenzione dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro n.138 (1973) sull’Età minima lavorativa, vietino ai bambini di essere presenti sui luoghi di lavoro, in base alle ultime stime dell’Unicef, 150 milioni di bambini nel mondo, in età compresa tra i 5 e i 14 anni, diventano manodopera. Tra questi, oltre 115 milioni vengono adoperati in attività lavorative ad alto rischio, sono a contatto con pericolose sostanze chimiche, oberati di carichi e orari di lavoro insostenibili. Per estinguere un debito, vengono obbligati al lavoro nel mondo 5,7 milioni di bambini; dei 1,8 milioni di bambini coinvolti nell’affare prostituzione e pornografia, 1,2 milioni sono vittime del traffico di minori che viene gestito per questo scopo.

Un bambino asiatico su otto. In Asia, questo fenomeno globale – che è in realtà molto più esteso di quanto dichiarino le stime ufficiali – coinvolge un bambino su otto. Un recente rapporto di Children and Women in Social Service and Human Rights (Cwish), una ong che in Nepal si occupa dei bambini di strada e si batte contro il lavoro e lo sfruttamento sessuale di minori, rileva che nel Paese la maggior parte dei lavoratori domestici sono bambini tra i 10 e i 14 anni, nonostante il Child Labor (Prohibition and Regulation) Act del 2000 vieti di assumere alle proprie dipendenze giovani che abbiano meno di 14 anni. Il lavoro assume la forma di un impiego senza regole e di un vero e proprio sfruttamento, fino ad arrivare alla schiavitù. I datori di lavoro dovrebbero inoltre rispettare i diritti di base dei loro giovani dipendenti, tra cui il diritto allo studio, ma questo non avviene. Sono gli stessi datori di lavoro che iscrivono i bambini-domestici a scuola, ma sembra essere solo una questione formale. Come rileva Asia News, riportando una dichiarazione di un attivista di Cwish, “questi bambini non riescono ad andare a scuola in maniera regolare. Spesso devono assentarsi per sbrigare delle faccende, ogni qualvolta i loro padroni ne sentono il bisogno. E se passano troppo tempo sui libri, vengono costretti a lasciare la scuola. Quasi tutti poi, subiscono torture e abusi”.

L’azione della Caritas Nepal. L’indagine della ong nepalese si è basata sulle interviste rilasciate da 347 lavoratori-bambini. Di questi, circa il 58% afferma di lavorare per le difficoltà economiche della propria famiglia. Il 68% di loro dichiara di voler tornare a casa, mentre solo il 28% vuole continuare a lavorare, magari cambiando impiego. La Caritas Nepal, nel tentativo di sensibilizzare la popolazione su questo problema, ha organizzato un programma speciale, a cui hanno partecipato cristiani, indù e buddisti.

Una piaga profonda nelle Filippine. Il più delle volte, il lavoro minorile si riduce ad un vero e proprio sfruttamento, come accade anche nelle Filippine. Una ricerca dell’ufficio nazionale di statistica, condotta in collaborazione con l’Organizzazione Internazionale del Lavoro su 29 milioni di ragazzi e ragazze tra i 5 e i 17 anni, nel Paese sono 5,5 milioni i minori che lavorano, di cui almeno 3 milioni costretti in impieghi pericolosi. I dati si riferiscono al 2011, ma dieci anni prima i bambini che lavoravano erano 4 milioni, secondo una rilevazione ancora dell’Ilo e del Dipartimento per il lavoro statunitense e di questi almeno 2,4 milioni impiegati in lavori a rischio. I bambini sono impiegati, nonostante il divieto disposto dalle leggi, per la maggior parte nelle miniere, sui pescherecci o nelle abitazioni private e lavorano anche per quindici ore al giorno. La situazione è stata denunciata di recente dal vescovo della provincia di Samar, nelle Filippine orientali, che ha parlato di “piaga profonda”, affermando: “l’irresponsabilità dei genitori, unita alla grande povertà delle Filippine, sono tra le maggiori cause dello sfruttamento minorile nel Paese. Il problema deve rappresentare una priorità nell’agenda interna di Manila. Occorrono politiche sociali più mirate”. Nel giugno del 2012, il Governo di Manila lanciò una campagna per eliminare le forme peggiori di lavoro infantile entro i prossimi quattro anni, ma l’obiettivo, considerati i numeri che devono essere fronteggiati, sembra molto lontano dal poter essere raggiunto.

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