Per vincere la pace in Afghanistan

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A conclusione del G8 in Irlanda del Nord, Obama ha annunciato l’imminente inizio di negoziati fra una delegazione americana e rappresentanti dei talebani per tentare di raggiungere un accordo di pace sull’Afghanistan. I negoziati si terranno a Doha, in Qatar, dove i talebani hanno recentemente aperto un ufficio di rappresentanza. Nell’auspicio dell’amministrazione Obama, il governo di Karzai dovrebbe partecipare agli incontri, ma non è ancora chiaro quali dovrebbero essere i rispettivi ruoli. È evidente che gli Stati Uniti hanno ormai deciso di sganciarsi, ma non è ancora chiaro se il processo passerà per un negoziato diretto con i talebani, a costo di relegare Karzai in secondo piano, o se invece si favorirà un negoziato diretto fra le due parti afghane lasciando che trovino una soluzione fra loro, con la delegazione americana a svolgere un ruolo di supervisione.
Pare che il lungo conflitto sia giunto a una svolta, ma come si vede le incertezze sono ancora molte e temendo uno svolgimento del primo tipo, Karzai ha rilasciato delle dichiarazioni indispettite solo poche ore dopo l’annuncio di Obama. Già da tempo una parte degli esperti di politica estera americana suggerivano il coinvolgimento dei talebani in un negoziato globale sull’Afghanistan. Esso costituisce, infatti, un passo indispensabile per chiudere il conflitto, considerando che i vari gruppi della “galassia talebana” rivestono tuttora un ruolo sostanziale in un Paese ancora lontano dalla stabilità, dove anche quest’anno sono morti un centinaio di soldati occidentali.
Il fatto che questa notizia giunga nel momento in cui la Nato sta per lasciare la responsabilità della sicurezza del Paese alle forze armate afghane rende però ineluttabile la domanda su chi abbia vinto la guerra in Afghanistan. A quattordici anni dall’inizio del conflitto non sembra ancora possibile rispondere in maniera definitiva a questo quesito. Gli Stati Uniti hanno ucciso il nemico pubblico n.1 Osama Bin Laden e sostanzialmente smantellato quella che fu la struttura originaria di Al-Qaeda, anche se la rete di gruppi armati che si rifanno all’ideologia qaedista è ancora attiva in vari Paesi, dalla Nigeria al Pakistan. L’ambizioso obiettivo d’importare la democrazia liberale in Afghanistan è però evidentemente fallito, come era prevedibile. I talebani, che avevano instaurato un regime di terrore oscurantista e protetto Bin Laden, sono stati fortemente indeboliti in una fase della guerra, ma per l’appunto non sconfitti. Esperti nell’arte della guerra irregolare, sapevano bene (come diceva Henry Kissinger) che ai guerriglieri per vincere una guerra è sufficiente non perderla, mentre l’opposto vale per gli eserciti regolari.
Nelle guerre che si svolgono in contesti in cui è collassata la struttura statale e che vedono fazioni diverse di una stessa popolazione combattersi, però, vincere la pace è molto più importante che vincere sul campo di battaglia. Fare la pace in questi casi non significa solo ritirarsi dietro un confine condiviso, ma ricostruire un intero Paese. Per iniziare i negoziati, gli Usa hanno chiesto che i talebani riconoscano la costituzione afghana del 2004; cessino i loro rapporti con Al-Qaeda e non usino l’Afghanistan come base per lanciare attacchi contro Stati vicini. Se otterranno che queste condizioni vengano rispettate da tutte le anime dei talebani, gli Stati Uniti e l’Occidente avranno certamente ottenuto qualcosa, ma un qualcosa che forse poteva essere ottenuto già anni fa, con una strategia meno velleitaria e allo stesso tempo più risoluta.

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